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Tra inglesismi, rafforzativi e burocratese. Che pasticcio di manovra

L’avvenuta pubblicazione della manovrona sulla Gazzetta consente finalmente qualche riflessione su testi sicuri. Diamo allora un’occhiata ai deludenti (a giudizio generale) articoli iniziali, dedicati ai costi della politica, usando la matita rossa e blu come un tempo nelle scuole.

Ovviamente l’insoddisfazione popolare più immediata, ridimensionata da Giulio Tremonti nella sua conferenza stampa illustrativa a espressione propria di masanielli, riguarda il rinvio del ridimensionamento degli emolumenti ai successivi rinnovi. Pure la mancanza di un esplicito riferimento agli assegni vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali ha destato sconcerto. D’altro canto, la stesura dell’articolato appare frutto di pressappochismo, priva com’è di un’indispensabile ripulitura formale, che non sarà probabilmente compiuta da alcuno, posto che il Comitato per la legislazione opera solo alla Camera, ove il decreto-legge giungerà in seconda lettura e quindi bisognoso di non subire altre modifiche o di subirne in numero oltremodo limitato. Per esempio, l’art. 2 parla di «auto», termine colloquiale ma improprio, posto che sarà più corretto rifarsi a parole come «autovetture». Anche la rubrica dell’art. 3, «Aerei blu», è estranea al linguaggio tecnico dei testi di legge e smentita dal corpo dell’articolo, che parla di «voli di Stato». L’uso di voci non tecniche, bensì proprie di linguaggio corrente, è già stato più volte (vanamente, all’evidenza) redarguito dal Comitato per la legislazione. Di questo passo, ci sarà qualcuno che presenterà un emendamento per disciplinare l’uso della «gondola blu», posto che a Venezia sussiste una peculiare disciplina per l’utilizzo di motoscafi pubblici. Fra l’altro viene usato il verbo «dovere» («I voli di Stato devono essere limitati a …»), laddove è da evitarsi il verbo servile (quindi il testo corretto sarebbe: «I voli di Stato sono limitati a …»). Infatti, le disposizioni perla formulazione tecnica dei testi legislativi sono molto chiare: «È evitato l’uso del verbo servile diretto a sottolineare la imperatività della norma («deve»; «ha l’obbligo di»; «è tenuto a»)». Tali norme sono all’evidenza ignorate dal ministero dell’Economia, che predilige l’uso, schiettamente tremontiano e proprio di parecchi economisti, di parole straniere, diversamente da quanto disposto: «È evitato l’uso di termini stranieri, salvo che siano entrati nell’uso della lingua italiana e non abbiano sinonimi in tale lingua di uso corrente». All’art. 4 la rubrica è in inglese («Benefits»), ma nel comma 2 si parla, in italiano, di «beneficio. La rubrica dell’art. 5 denota un odio verso le preposizioni, con ricorso a linguaggio da telegrammi- «Riduzione dotazioni Organismi politico-amministrativi e organi collegiali», in luogo del più fluente «Riduzione delle dotazioni in organismi …».

La rubrica dell’art. 6 è, in effetti, scritta correttamente «Finanziamento dei partiti politici» e non «Finanziamento partiti», come sarebbe stato se si fosse ripetuta la mala scrittura della precedente rubrica. Le parole usate nel rubricare l’articolo, però, rivelano quel che da lustri si finge di ignorare, che cioè gli esborsi erariali a favore dei partiti sono un «finanziamento» e non, come disposto anche dalla legge n. 157 del 1999, citata più volte nel corpo dell’articolo, un «rimborso per le spese elettorali sostenute da movimenti o partiti politici». Si sa, infatti, che il «finanziamento pubblico» venne soppresso da un referendum nel 1993, per riapparire poco dopo come «rimborso elettorale». La rubrica, se non altro, evita le ipocrisie.

Per esaltare il taglio operato, il comma 1 si rifà a precedenti sforbiciate, per disporre «un ulteriore 10 per

cento» di calo, «così cumulando una riduzione complessiva del 30 per cento». Anche in questo caso si tratta di un linguaggio improprio, già invano lamentato dal Comitato per la legislazione, posto che una corretta stesura avrebbe semplicemente richiesto di disporre il taglio del 10%, senza altri rinvii e senza eseguire somme furbesche, per attribuirsi il merito di precedenti riduzioni. Passiamo all’art. 7, ove di nuovo si usa una rubrica in inglese («Election day»), per indicare una sola giornata elettorale (che di fatto consiste in due giornate di voto), escludendo, però, i referendum, mentre si deve tener conto di «quanto previsto dai rispettivi ordinamenti» dei vari enti interessati dal voto. Da notare che, in caso di elezioni dell’Europarlamento, così come avvenuto nel 2009, l’abbinamento con altre votazioni implicherebbe di votare il sabato pomeriggio e la domenica.

Uscendo, infine, dagli articoli dedicati ai costi della politica, ma restando nella pessima stesura dei testi di legge, non si può tacere quanto previsto dall’art. 25, comma 1, lett. a), che introduce una minima modifica all’art. 1 nella legge n. 220 del 2010, in tema di spettro radioelettrico. Più precismente: «dopo la parola: ‘entro’ sono inserite le seguenti: e non oltre». In tal modo si leggerà nella legge come modificata: «Entro e non oltre quindici giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge». Orbene, «entro e non oltre» è un’abietta ridondanza, tipica del peggior gergo burocratese. Quando si fissa un limite, è lo stesso indicare «entro» oppure «non oltre». Scrivere «entro e non oltre» non rende il termine più imperativo, come se con la semplice preposizione «entro» tale non fosse. E l’identico, intollerabile vezzo di chi scrive: «è severamente vietato», «è assolutamente vietato», «è rigorosamente vietato». Se è vietato, è vietato, senza bisogno di avverbi. Adesso, la ridondanza con l’aggiunta di «e non oltre» viene addirittura vidimata da uno specifico emendamento del governo.

Cesare Maffi – Italia Oggi – 8 giugno 2011

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