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Tra nuovi recinti e alberi da frutto. La lotta per la vita dell’orso marsicano. I plantigradi più a rischio del mondo abitano nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise. Quest’anno sono sopravvissuti 9 cuccioli

di Fulco Pratesi. Non è un orso qualsiasi. L’ Ursus arctos marsicanus Altobelli, dal nome dello scienziato molisano che l’ha descritto, dovrebbe essere più vicino all’orso delle caverne ( Ursus spelaeus ) che non a quelli del nord Europa.

I 50/60 esemplari che si aggirano nelle foreste dell’Appennino centrale — con centro nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (50 mila ettari, nato nel 1922) — non hanno, nonostante il loro valore, una vita facile. Solo dal 1971 al 2015, 112 orsi sono stati rinvenuti morti. Negli ultimi 45 anni la media è stata di circa 2,5 esemplari l’anno. Le cause, nonostante siano protetti, sono in primo luogo le fucilate di cacciatori e bracconieri (21 nel periodo in esame) e poi avvelenamenti da parte di allevatori o bracconieri (otto casi, più due sospetti). Nove sono finiti sotto le ruote delle auto e sei sotto il treno Sulmona–Campobasso.

Alcuni altri, deceduti per cause diverse, incrementano la lista delle perdite, che non consente, anche per l’esiguità dell’habitat protetto, un significativo aumento della consistenza, nonostante le nascite (undici nel 2012, sei nel 2013, undici nel 2014, cinque nel 2015 e dieci — di cui nove sopravvissuti — nel 2016).

Consapevoli dell’importanza della specie e dei pericoli che corre, principalmente per mano dell’uomo, molte iniziative sono in corso. Sia col Piano d’azione tutela orso marsicano (Patom) che coinvolge ministeri, Regioni, Parchi nazionali, Riserve naturali e Oasi Wwf, sia con l’attività di molte associazioni, dal Wwf alle locali «Salviamo l’orso», «Dalla parte dell’orso», «Associazione istituto abruzzese aree protette» e altre che si sono generosamente impegnate redigendo un Rapporto che è stato presentato recentemente a Pescara.

Oltre a quelle di divulgazione, sensibilizzazione, ricerca sul campo, censimenti e monitoraggi, l’opera dei volontari (anche provenienti, grazie al programma Erasmus, da altri Paesi) ha contribuito a recuperare le piante selvatiche e inselvatichite come peri, meli, ciliegi; a fornire e mettere in opera sistemi e recinti contro i danni provocati da orsi troppo confidenti; a sterilizzare cani inselvatichiti, e indennizzare per la perdita di animali da cortile, all’acquisto di cassonetti per rifiuti a prova di orso e messa a dimora di piante da frutto. Questo dovrebbe arrecare un sollievo alla popolazione ursina più a rischio del mondo.

A livelli più generali, la difesa della specie richiederebbe aumento della vigilanza e ampliamento della superficie protetta, soprattutto in luoghi di «corridoio ecologico» come quelli tra i Parchi d’Abruzzo, Lazio e Molise e quelli Regionali dei Simbruini e del Velino Sirente.

Il Corriere della Sera – 22 dicembre 2016

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