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Treviso, la roccaforte in bilico fa tremare il modello padano

Il trionfo di Variati a Vicenza, il voto della capitale, la sfida di Brescia, persino il possibile en plein del centrosinistra al secondo turno. Tante sono le implicazione di questo secondo turno delle amministrative 2013, le prime dell’era della larghe intese.

Ma il ballottaggio di Treviso, domenica e lunedì, senza nulla togliere alle altre grandi città, ha tutte le implicazioni di un test autenticamente nazionale. A dispetto degli 85 mila abitanti, e dei soli 42 mila votanti del primo turno. In gioco c’è, semplicemente, il futuro della Lega nel cuore del Veneto, e del Carroccio in una della sue culle. «È la madre di tutte le battaglie, non possiamo nemmeno pensare di perderla», si lascia sfuggire un big leghista «non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere lunedì pomeriggio…» Mai la Lega è stata così in affanno e in fibrillazione, da quando governa, praticamente incontrastata, su Treviso e la sua provincia. Giovanni Manildo, l’avvocato boy scout ed alpino, da consigliere comunale poco amante del protagonismo (il suo primo mandato ai Trecento è stato decisamente lontano dai riflettori), si è trasformato dopo le primarie di autunno in un candidato sindaco rassicurante, leader di un centrosinistra forse mai così coeso, e a cui le liste civiche hanno dato linfa senza pestarsi i piedi. Per la prima volta il Carroccio rischia di perdere il suo feudo. Schierava il suo candidato ideale, lo «sceriffo» Gentilini, l’uomo che diventato sindaco nel 1994 grazie alle baruffe trevisane del centrodestra ha finito per incarnare lo spirito delle nuove legge: modello del borgomastro padano, della tolleranza zero, dei tombini e delle fioriere. Ma il partito, già squassato dalle divisioni interne fra tosiani e lealisti bossiania, ha pagato dazio al centrodestra frammentato, e soprattutto alla civica dell’imprenditore Zanetti, che ha superato il 10%. Una sconfitta lunedì? Sarebbe un Big Bang, dalle ripercussioni infinite, dalla Torre civica di piazza dei Signori a Venezia, dal Veneto al Nord, con ripercussioni fino nella capitale, perché verrebbero messi in discussione gli stessi equilibri del Nord. Il primo livello, certamente, è quello simbolico. La bandiera del Carroccio cadrebbe da una delle roccaforti simbolo dell’era bossiana, di cui il sindaco uscente Gian Paolo Gobbo è stato braccio destro e garante, dalla semiclandestinità delle origini al trionfo del 12010, con l’elezione di Zaia a governatore. Sul piano amministrativo, chiuderebbe un ventennio di potere totale, incontrastato, appena appena mitigato dalle recenti alleanze con il Pdl, o con alcuni pezzi del partito di Berlusconi. «Più di qualcuno dovrebbe trovarsi un lavoro», è la serissima battuta che gira dietro le quinte del Carroccio, ansioso Ma sul piano politico l’impatto sarebbe devastante: non solo perché la Lega governerebbe a quel punto, dei capoluoghi veneti, solo Verona (e non con la maggioranza relativa della maggioranza), e Rovigo, con sindaco Pdl. Ma perché sarebbe la Caporetto della nuova linea dei barbari sognanti, e del ticket Maroni & Tosi che hanno spodestato la vecchia guardia. «Bobo» Maroni ha marcato visita a Treviso in occasione del primo turno (mai successo, dal 1994, che il numero uno leghista non sbarcasse a Treviso per le comunali): ieri era in città. E Tosi? Ha girato il mercato la mattina successiva alla defenestrazione di Federico Caner, uomo forte della Lega in città, capogruppo in Regione, e salito alla carica di vicario di Maroni. Il tutto avvenuto cinque giorni prima del voto. Uno sgarbo a Treviso e alla Marca, e all’intera Lega trevigiana, che il partito non ha dimenticato. Si attende solo il responso delle urne. Tanto più che il partito è commissariato, dopo che la maggioranza tosiana, e che ora più che mai Leonardo Muraro, presidente della Provincia, vuole diventarne il leader, assieme al pioniere tosiano nella Marca, Luca Baggio. «Non ci saranno prigionieri, in quel caso», fa sapere un veterano, con tessera ultraventennale, «non possono far cadere le colpe solo sul territorio». E se l’onda della contestazione è pronta a salire verso Verona, c’è già chi, fuori e dentro Treviso, fuori e dentro la Lega, è pronto a fare i conti a Venezia. La giunta Zaia, per la Lega veronese, ha il «torto» di avere un numero uno trevigiano. Per il Pdl, peraltro, non rispecchia più, dopo le politiche, i pesi elettorali fra gli alleati. Anche il futuro della giunta veneta, non così immediatamente, verrà delineato dal voto di Treviso. Senza contare la guerra fratricida nel Pdl, dove il leader provinciale Remo Sernagiotto, assessore regionale, è in guerra con galaniani e sacconiani. Meno di tre giorni all’ora «x».

La Tribuna di Treviso – 7 giugno 2013

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