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Tris di riforme per l’Enpam: previdenza, patrimonio, statuto

Tre riforme per l’Enpam, l’ente pensionistico dei medici. Quella della previdenza, con contributi un po’ più alti, rendimenti un po’ più bassi, ma il rispetto dell’equilibrio economico a 30 anni come prescritto dalla Finanziaria 2007 e, quindi, pensioni sicure per tutti.

La riforma del patrimonio, senza più distinzioni tra investimenti mobiliari e immobiliari, la riduzione dei rischi e investimenti diversificati per classi di attività (16, di cui 4 ad area di rischio immobiliare e 12 ad area di rischio finanziario).

E infine la riforma dello statuto, su cui il dibattito è appena avviato ma che punta alla revisione della rappresentatività all’interno dell’ente per rafforzare quella dei contribuenti “maggiori”, da affiancare alla rappresentatività istituzionale degli Ordini professionali.

Sulle tre riforme l’Enpam ha fatto il punto negli stati generali della Fondazione che si stanno svolgendo (ieri e oggi) a Roma.

La riforma previdenziale, quella a maggiore impatto sui medici iscritti, prevede ritocchi a tutti i fondi ed entrerà in vigore con la massima gradualità a partire dal 2013, senza toccare alcun diritto acquisito, come ha garantito il vicepresidente dell’Ente Alberto Oliveti che la illustrerà oggi agli stati generali.

Il primo passo è l’aumento delle aliquote. Quelle del principale fondo dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, che contribuiscono per il 55,9% circa alle entrate Enpam, aumenteranno a partire dal 2015 (anno in cui riprenderanno i rinnovi contrattuali) passando dal 16,5% attuale al 26% nel 2026. L’aliquota del fondo degli specialisti ambulatioriali delle Asl (14,86% delle entrate) passerà dal 24 al 32% nel 2022. Aumento di aliquota dell’1% annuo anche per i liberi professionisti (17,35% delle entrate) per arrivare dall’attuale 12,5% al 15,5% nel 2017. Medici e odontoiatri dipendenti (10,45% delle entrate contributive) che sono soggetti a un’altra forma di previdenza obbligatoria (Inpdap) potranno invece mantenere aliquote ridotte. C’è infine il fondo più piccolo e l’unico in “passivo”, quello degli specialisti convenzionati esterni su cui andranno prese decisioni diverse. Pesa appena per l’1,54% dei contributi dell’ente, ma i suoi conti sono condizionati dal fatto che in realtà ne fanno parte solo 905 medici singoli e gli altri sono raccolti in 5.724 società, spesso inadempienti sugli obblighi contributivi (2% di contributo).

Per tutti i fondi poi tranne quello degli specialisti delle Asl, è prevista una riduzione del rendimento tra lo 0,1 e lo 0,3 per cento e una serie di di scelte comuni. Come quella di innalzare l’età della pensione di vecchiaia gradualmente da 65 fino a 68 anni nel 2018, la possibilità di andare in pensione anticipata, ma con una penalizzazione calcolata in base a un coefficiente di adeguamento alla maggiore aspettativa di vita e una rivalutazione invece del 20% dei contributi versati oltre l’età della pensione di vecchiaia.

Infine modifiche in vista anche per la “quota A”, obbligatoria per tutti, che finanzia gli interventi assistenziali garantendo una pensione minima di 14mila euro l’anno in caso di invalidità assoluta. La contribuzione varia oggi dai 189 ai 1,270 euro l’anno in base a età e reddito: si ridurrà l’aliquota di rendimento e si passerà dal metodo di calcolo retributivo a quello contributivo.

La riforma è fatta: il tutto ora dovrà essere formalizzato oltre che alle categorie ai ministri vigilanti (Economia e Lavoro) per il via libera definitivo.

di Paolo Del Bufalo (da Il Sole-24 Ore) – 5 novembre 2011

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