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Troppa politica. Ospedali in crisi. Oggi quello che funziona si chiude. L’attività chirurgica crolla. I tempi di attesa aumentano. I medici di fama se ne vanno.

di Milena Gabanelli e Simona RavizzaLa nostra politica lo ha creato, e la politica rischia di distruggerlo. Parliamo del nostro sistema sanitario pubblico, uno dei migliori al mondo. Per capire cosa sta succedendo guardiamo dentro una regione modello, l’Emilia Romagna, e l’ospedale che più d’ogni altro intreccia la sua storia con lo sviluppo dell’ortopedia in Italia, fino a diventare di fama mondiale: il Rizzoli di Bologna. Oggi quello che funziona si chiude. L’attività chirurgica crolla. I tempi di attesa aumentano. I medici di fama se ne vanno.

Vediamo i dati: nel 2015 perde il 2% dei ricoveri; nel 2016 l’8%, nel 2017 -10%. Il triplo sia rispetto agli altri pubblici di Bologna (-2,7%) sia rispetto agli altri ospedali dell’Emilia (-2,9%). Diminuisce anche il numero di interventi chirurgici: -403 nel 2017.

I documenti riservati

Crolla l’attività, ma i tempi di attesa si allungano. In un documento riservato del 4 giugno 2018 si ammette: «La tempestività dei nostri interventi di protesi d’anca è peggiorata, siamo scesi al 65% erogato in 180 giorni». Vuol dire che soltanto sei operazioni chirurgiche su dieci vengono garantite entro sei mesi.

Il 24 luglio 2017 era stato nominato un ingegnere gestionale (40 mila euro per un anno) per tentare di risolvere i problemi. Non c’è riuscito, visto che il 12 marzo 2018 in un altro documento si dice: «Stiamo verificando una progressiva riduzione di produzione chirurgica».

Le scelte contestate

Il declino di un ospedale che ha fatto la storia dell’ortopedia non avviene per caso. Il 16 febbraio 2016 è interrotta l’attività dell’Ambulatorio di chirurgia della mano, con proteste al ministero della Salute dei 249 pazienti in lista. Due mesi dopo viene siglato un accordo con il Policlinico di Modena che invia lì i suoi specialisti, e a metà dicembre 2016 viene stipulato un altro contratto libero professionale. Il servizio offerto ai pazienti peggiora, i costi raddoppiano. Lo scorso febbraio il Corriere denuncia le visite beffa: un medico competente, ma senza contratto, supervisiona le visite, e l’altro, non esperto ma assunto, firma i referti.

Finisce in Procura la decisione di «riordino» della Radiologia interventistica e angiografica. A giugno 2016 viene soppressa per istituire un Centro specialistico di radiologia interventistica (in pratica cambia nome), e a sorpresa viene spostato il medico che la guida, Giuseppe Rossi. Nel verbale della riunione in cui il direttore sanitario Luca Bianciardi pone la questione viene scritto: «Il collegio di direzione approva». Il collegio non aveva approvato nulla, tant’è che viene presentato un esposto in Procura per falso ideologico e abuso di potere. Il processo è in corso.

Via i primari di fama

Dallo scorso settembre Stefano Boriani, specialista di chiara fama e alla guida del reparto di Chirurgia Oncologia vertebrale del Rizzoli, prossimo alla pensione, è accolto con contratto libero professionale dall’ospedale privato Galeazzi di Milano. Il Rizzoli, anziché trovare il modo per trattenere la sua ventennale esperienza a fare scuola, preferisce rottamarlo. Se ne va nel privato anche Maurilio Marcacci, oggi responsabile del Centro per la ricostruzione articolare del ginocchio dell’Humanitas di Milano. Tra i suoi pazienti, Roberto Baggio.

Il contesto politico

L’emorragia inizia in questo contesto politico: a fine dicembre 2014, viene nominato il nuovo governatore Stefano Bonaccini, che a gennaio 2015 indica il responsabile della Sanità, l’assessore Sergio Venturi. A marzo l’assessore sceglie il direttore generale Francesco Ripa di Meana, che tre settimane dopo incarica (in condivisione con l’assessore o su imposizione) il direttore sanitario Luca Bianciardi.

Da quel momento è lui a muovere le fila dell’ospedale. Dopo accuse, proteste e denunce, tre settimane fa Luca Bianciardi viene infine sostituito. Sotto la sua gestione il Rizzoli perde quasi il 20% dei ricoveri.

Le nomine politiche

E la storia si ripete all’ospedale Bellaria di Bologna, diventato uno dei migliori centri neurologici italiani grazie al professor Fabio Calbucci e alla sua équipe. Anche lui, raggiunta l’età della pensione, non viene trattenuto nel pubblico a divulgare il sapere. Gli spalanca le porte il gruppo privato Villa Maria, che oggi attrae pazienti neurologici da tutta Italia. Il suo aiuto, nonostante i meriti acquisisti sul campo, non viene valorizzato. La politica sceglie diversamente, e Antonio Fioravanti cambia ospedale: da agosto sarà primario a Cremona. Oggi il Bellaria sta perdendo il 20% dei ricoveri.

In Emilia Romagna la sanità pubblica, che ha sempre mantenuto il primato sulla qualità del servizio, si sta via via svuotando. A beneficiarne è il privato. Nell’ultimo anno solo a Bologna si registra una crescita di ricoveri del 9%, nel resto della Regione del 5%. La clinica privata ortopedica Villa Laura, dove stanno confluendo numerosi ortopedici del Rizzoli, aumenta i ricoveri del 14%. E Villa Erbosa registra un più 12,5%.

Cade anche l’ultimo «modello», sotto i colpi della politica che invade tutti i campi delle nomine. Questo avviene in tutte le regioni, con ricadute pericolose. Da una parte spiana la strada agli imprenditori privati della sanità, che normalmente sono più attratti dagli interventi ben remunerati. Dall’altra, quando il reclutamento avviene su spinta politica, al potere possono arrivare anche direttori sanitari collusi con la ‘ndrangheta (è il caso di Carlo Antonio Chiriaco a Pavia, condannato a 12 anni nel 2015) o amministratori che portano a una gestione organizzativa fallimentare (come emerge dai recenti fatti di cronaca del Molise, dov’è morto un 47 enne per aneurisma).

Insomma una «distorsione istituzionale» (come è stata definita dal gup di Matera Angela Rosa Nettis), che porta alla manipolazione di concorsi e a raccomandazioni. In Basilicata è appena finito agli arresti il governatore Marcello Pittella.

Il Corriere – 23 luglio 2018

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