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Vaccinati contro la miseria. La grande fuga dalla povertà ha una data di inizio: 1750. L’innesto anti-vaiolo innalzò di 25 anni l’aspettativa di vita. Ma nella salute restano le diseguaglianze

Angus Deaton, Premio Nobel per l’Economia 2015. Circondati come siamo da orrori – la crisi dei rifugiati in Europa e in Medioriente, l’instabilità di questa regione, la guerra civile in Siria, la povertà di ancora settecento milioni di persone e l’approfondirsi quasi ovunque delle disuguaglianze –, tendiamo a dimenticare quanto il nostro benessere materiale sia elevato rispetto a quello dei nostri nonni, dei nonni di questi e di altre generazioni ancora precedenti.

Intendo, per miseria, l’assenza di risorse materiali essenziali; ma è indigenza anche vivere in condizioni di cattiva salute, morire prima ancora di essere entrati nella vita adulta, o prima di avere sperimentato il piacere di diventare nonni. Anche dal punto di vista politico si sono fatti molti passi avanti; la democrazia si è diffusa e, come ha dimostrato lo psicologo e linguista Steven Pinker, si è straordinariamente ridotta la violenza: quella di singoli contro singoli – liberandoci dal rischio di aggressioni e omicidi – ma anche quella delle guerre e delle carestie, se non altro per la quota di persone coinvolte. Sono in buona misura un ricordo del passato anche le forme di discriminazione tradizionali, contro le donne, i neri, le caste più basse e gli intoccabili, gli omosessuali. Le carestie sono molto meno frequenti che in passato, e a provocarle sono quasi invariabilmente guerre o altri fattori politici.

Dovremmo smetterla dunque di prestare attenzione alle sole notizie relative all’oggi e ai disastri. Se adottiamo una prospettiva appena più ampia vediamo bene che la vita sta in realtà migliorando, e da molto molto tempo. (…)

Gli storici ritengono oggi che, per una parte lunghissima della sua storia, l’umanità non abbia sperimentato alcun progresso materiale. Per migliaia di anni se la sarebbe semplicemente cavata – a volte sì e a volte no. Solo di rado il cibo disponibile superava lo stretto necessario, quasi la metà dei bambini moriva prima di raggiungere l’età adulta, e i sopravvissuti soffrivano di malattie croniche per l’intera durata della loro esistenza. (…)

Intorno al 1750 qualcosa cambiò: siamo agli albori della prosperità di cui godiamo oggi. Di questa svolta sono state proposte molte spiegazioni diverse, ma è chiaro che l’Illuminismo europeo deve avervi avuto parte. Stanca di obbedire ciecamente alla chiesa e al trono, la gente iniziò a perseguire il proprio benessere e la propria felicità a modo suo. Si aprì a nuove idee e a nuovi modi di fare le cose. Partita in Gran Bretagna e di qui diffusasi in Olanda, negli Stati Uniti e quindi nel resto dell’Europa nord-occidentale, la rivoluzione industriale diede inizio, per la prima volta nella storia umana, a una crescita economica continua.

Sono due gli aspetti della rivoluzione industriale sui quali desidero richiamare l’attenzione. Il primo è costituito dalle conquiste nel campo della salute che la accompagnarono, cosicché i passi avanti nelle condizioni di vita si intrecciarono con i passi avanti nella longevità. Non penso che le conquiste in termini di salute siano state causate dalla crescita, bensì che l’una e le altre siano frutto delle stesse forze profonde: l’indagine scientifica applicata e la conoscenza utile. Il secondo aspetto è rappresentato dallo straordinario approfondirsi delle disuguaglianze globali, molte delle quali sono ancora con noi.

Una delle vicende più interessanti, dal punto di vista delle conquiste in campo sanitario, è quella riguardante il vaiolo, una malattia oggi scomparsa ma un grave flagello per buona parte della storia umana. Prima del XVIII secolo, in Inghilterra, pochi sfuggivano al contagio, benché molti riuscissero comunque a sopravvivere. Una dama della corte di Giorgio I, Lady Mary Wortley Montagu, famosa bellezza del suo tempo, si ammalò anch’essa di vaiolo da adulta, nel 1715. In quanto moglie dell’ambasciatore inglese in Turchia, Lady Mary ebbe modo di vedere praticare la tecnica nota come vaiolizzazione o inoculazione. Si prelevava del materiale biologico infetto da una vittima del vaiolo e lo si iniettava sottocute a una persona sana, la quale, se fortunata, diventava immune alla malattia per il resto della vita. Sperimentata questa tecnica su alcuni detenuti e bambini abbandonati, re Giorgio acconsentì alla vaiolizzazione dei suoi nipoti, nessuno dei quali morì. Nel corso del XVIII secolo, questa pratica si diffuse ampiamente tra gli aristocratici inglesi, e grazie ad essa e ad altre innovazioni in campo sanitario – tra le quali l’introduzione, nel 1799, del vaccino di Jenner – tra il 1750 e il 1850 la loro aspettativa di vita aumentò di 25 anni. Molte di queste procedure erano estremamente costose al momento della loro introduzione, e dunque inaccessibili alle persone comuni.

Prima del 1750, gli aristocratici vivevano tanto a lungo quanto il resto della popolazione. Il denaro e il potere non proteggono dalla morte se a mancare sono le stesse conoscenze utili cui il denaro o il potere possono dare accesso, e fu nella produzione di queste conoscenze che l’Illuminismo primeggiò. Ma non appena i nuovi metodi divennero disponibili, le disuguaglianze di potere e ricchezza si trasformarono in disuguaglianze di salute. Assistiamo allo stesso processo anche oggi; in molti casi, sono i più ricchi e i più istruiti ad accedere per primi alle procedure di screening o ai farmaci preventivi di nuova invenzione. Le disuguaglianze di reddito e salute tra i cittadini inglesi al volgere del XVIII secolo possono tuttavia apparire trascurabili rispetto a quelle causate dalle rivoluzioni industriale e sanitaria nel mondo. Non appena la Gran Bretagna, il Nord America e l’Europa nord-occidentale iniziarono a correre avanti, tra essi e i Paesi lasciati indietro si aprirono distanze profonde in termini di Pil e di speranza di vita. In larga misura, i divari tra Paesi che abbiamo oggi di fronte sono il risultato, o almeno la eco, della grande fuga dell’Europa che ha avuto inizio 250 anni fa. Sono le stesse disuguaglianze di salute, standard di vita e stabilità politica che sono oggi all’origine delle forti pressioni migratorie dall’Africa e l’Asia verso l’Europa.

Il Sole 24 Ore – 8 novembre 2015 

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