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Veneto. La casta unita Lega-Pd-Pdl riesuma le Unioni montane

Tagliare il numero delle Province come ordina quel Dracula di Monti? Neanche a pensarci. Anzi, meglio salvare anche le comunità montane, limitandosi a un cambio di nome di gattopardesca memoria: sciolte dallo stesso Consiglio veneto (su input del Governo), il primo gennaio 2013 risorgeranno dalle ceneri e si chiameranno Unioni montane.

Lo stabilisce il progetto di legge della commissione affari istituzionali, presieduta dal pidiellino Costantino Toniolo, approvato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e Pd; contrari Sinistra Veneta, Verso Nord e Unione Nordest; astenuta l’Udc mentre Gustavo Franchetto dell’Idv è uscito polemicamente dall’aula al momento del voto. Il progetto prevede la trasformazione delle comunità montane in unioni di comuni, che, una volta costituite, potranno modificare i loro confini, a patto che la loro popolazione non sia inferiore ai 5 mila abitanti. Inoltre, è prevista la costituzione del consiglio delle comunità montane. «Non si tratta di un mero salvataggio ma di una trasformazione effettiva ritagliata sui bisogni del territorio, un aiuto ai comuni e ai cittadini», commentano all’unisono il capogruppo del Pdl Dario Bond e il consigliere del Pd «il via libera al testo è un passaggio importante e positivo perché fa chiarezza su un settore che da anni è contrassegnato da una certa precarietà». Lieti di aver impedito la cancellazione della comunità Belluno-Ponte delle Alpi, Bond e Reolon concludono salutando le future Unioni montane come «Uno strumento nuovo dedicato ai servizi associati». Analoga soddisfazione è espressa da Toniolo mentre i democratici Laura Puppato e Piero Ruzzante osservano che «È stata ascoltata la voce dei Comuni mentre è stata stoppata la volontà leghista di trasformare le comunità montane in un ulteriore livello istituzionale». In precedenza il progetto aveva ricevuto il nullaosta della Conferenza regionale autonomie locali: nell’occasione l’assessore leghista al bilancio, Roberto Ciambetti, si era astenuto. «Non è il testo che avrei voluto, né che avrebbe voluto il gruppo della Lega, ma rispetto alla proposta iniziale siamo riusciti ad introdurre importanti correzioni», preciserà infine Matteo Toscani, vicepresidente dell’assemblea regionale. Ben diversi i toni degli oppositori al provvedimento. «L’asse dei furbetti non va in ferie, stiamo assistendo all’accordo bipartisan tra Pdl e Pd per la conservazione integrale di tutte le poltrone», attacca il nordista Bottacin «aggirando l’obbligo di scioglimento che il Consiglio stesso aveva votato, scompare il confine tra maggioranza e opposizione, unite nel riesumare le comunità montane, cambiando il nome e nient’altro. Chissà quale altro baraccone uscirà dal loro cilindro». «Fatta la legge, trovato l’inganno, Pdl, Pd e Lega hanno trovato l’accordo per salvare un carrozzone inutile che il 31 dicembre avrebbe dovuto sgombrare», rincara Mariangelo Foggiato di Unione Nordest «è un inciucio truffaldino». Lapidario il dipietrista Gennaro Marotta: «Abbiamo bocciato il progetto dopo avere chiesto, come condizione minima, di inserire una norma che ribadisse espressamente la gratuità per ogni organo delle unioni montane: consiglio, presidente, giunta, revisore. La nostra idea non è stata accettata». E la riforma delle Province? Venerdì Ciambetti riunirà intorno a un tavolo i presidenti delle amministrazioni provinciali e il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. L’idea è di tracciare una road map condivisa ma localismi e resistenze di lobby sembrano spegnere sul nascere ogni velleità riformatrice

 8 agosto 2012 – Il Mattino di Padova

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