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“Vi spiego perché la pandemia di Covid-19 non finirà nel 2022”. L’intervista di Fanpage.it ad Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità in Europa

L’intervista di Fanpage.it ad Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità in Europa: “Sfortunatamente questa pandemia non finirà nel 2022. Ma, mentre entriamo nel terzo anno, spero che potrà almeno terminare la fase acuta. È troppo presto per definire il Covid-19 una malattia endemica, anche con Omicron”.

Il 2022 non sarà l’anno della fine della pandemia di Covid-19 anche se si spera potrebbe entrare nella sua fase meno acuta. L’importante è continuare a vaccinare la popolazione e a mantenere le misure di prevenzione dei contagi, anche quando l’ondata di Omicron sarà passata. Parola di Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità in Europa, che intervistato da Fanpage.it ha fatto il punto della situazione Covid nel Vecchio Continente, alle prese con l’impennata di contagi da Ovest a Est.

Dott. Kluge, Omicron è esplosa in tutta Europa. Quando pensa che verrà raggiunto il famoso picco?

“I dati suggeriscono che Omicron ha già raggiunto il picco in alcuni paesi, in particolare nell’Europa occidentale, prima di quanto anticipato. Ora stiamo vedendo la nuova variante diffondersi verso Est, con enormi impennate dei casi nei Balcani per esempio. Omicron sta sostituendo Delta con una velocità senza precedenti. Attualmente rappresenta il 15% dei casi nella nostra regione mentre Delta rappresenta l’80%, in particolare nella parte orientale. La variante Omicron rappresenta una nuova ondata di marea che da Ovest a Est attraversa la regione, cavalcando l’onda di Delta che tutti i paesi gestivano fino alla fine del 2021. La cosa più importante in questo momento è salvare vite umane e ridurre al minimo le interruzioni, specialmente per servizi essenziali come sanità e scuole. Il picco dipenderà da molte cose, comprese le diverse misure imposte, il virus e la sua trasmissione, per non parlare del livello di vaccinazione raggiunto. Il picco di ogni paese sarà diverso, in base alla propria situazione epidemiologica”.

Secondo i dati che abbiamo adesso a disposizione, dovremmo aspettarci un aumento anche dei tassi di ospedalizzazione e decessi nelle prossime settimane?

“La scelta è per tutti la stessa: fare il vaccino o contagiarsi, nella consapevolezza che la vaccinazione completa può tenere lontano dall’ospedale e salvare la vita. I dati raccolti nelle ultime settimane confermano che Omicron è altamente trasmissibile, perché le mutazioni che presenta gli permettono di attaccarsi più facilmente alle cellule umane, e può infettare anche chi è stato precedentemente vaccinato o è guarito. In alcuni Paesi abbiamo visto i contagi raddoppiare ogni 1,5-3 giorni. Tuttavia, devo sottolineare che gli attuali vaccini continuano a fornire una buona protezione contro malattie gravi e morte, anche per Omicron. Ma a causa della portata senza precedenti della trasmissibilità, ora stiamo assistendo anche a un aumento dei ricoveri per Covid-19. Il che si sta rivelando impegnativo per i sistemi sanitari di molti paesi in cui Omicron si è diffusa rapidamente e minaccia di travolgerli. Dobbiamo ancora vedere come si comporta Omicron nei paesi con un numero elevato di persone non vaccinate, soprattutto tra gruppi vulnerabili come gli anziani. Ecco perché non possiamo ancora abbassare la guardia”.

I Paesi occidentali hanno in qualche modo scelto la via dell’infezione di massa per affrontare questa fase della pandemia, concentrandosi sui vaccini piuttosto che su altre misure restrittive. Secondo lei è la strategia giusta?

“Dobbiamo seguire un approccio che io definirei “vaccino+”. Per uscire dalla pandemia non basta vaccinare e somministrare i booster. Sì, abbiamo sicuramente bisogno di vaccinare tutti ma ci sono anche altre misure da seguire per proteggere ancora noi stessi e le nostre comunità. Riconosco che alcuni Paesi stanno modificando le proprie strategie, poiché ritengono che il Covid-19 si stia trasformando in una ricorrente malattia infettiva. È certamente uno scenario plausibile supportato da molti dati emergenti, ma le condizioni che indicherebbero che il virus è ormai endemico in tutta la Regione – con una trasmissione stabile in una determinata popolazione – sono lontane dall’essere soddisfatte. Quello che voglio sottolineare è che gli sforzi di sorveglianza dovrebbero essere mantenuti anche dopo l’ondata di Omicron, che la vaccinazione, compresi i richiami, dovrebbe essere, sempre, incoraggiata, l’accesso ai farmaci antivirali rafforzato e le persone vulnerabili incoraggiate a indossare mascherine e a osservare il distanziamento fisico. Prontezza e flessibilità sono ancora il nostro principale imperativo per prevenire ulteriori ondate, se dovessero emergere”.

C’è poi anche la questione scuole. Pensa sia sicuro mantenerle aperte nonostante l’aumento dei casi?

“I nostri bambini e giovani hanno sofferto abbastanza e dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per garantire che le scuole siano gli ultimi posti a chiudere e i primi a riaprire. Mantenere aperte le scuole ha importanti vantaggi per il livello mentale, sociale ed educativo dei bambini. Quindi dobbiamo anche garantire che le scuole siano rese il più possibile sicure rispetto al contagio da Covid, in modo che gli studenti possano continuare la loro istruzione in presenza. E a causa della maggiore trasmissibilità di Omicron, le raccomandazioni che abbiamo fatto per le strutture educative rimangono essenziali: garantire la ventilazione, l’igiene delle mani e l’uso di mascherine adeguate; includere insegnanti e personale scolastico tra i gruppi di popolazione prioritari a cui offrire il vaccino e il booster; offrire ai bambini vulnerabili e ai bambini che entrano in contatto con adulti vulnerabili il vaccino contro il Covid-19, nei paesi in cui è disponibile. L’Italia ha ragione a incoraggiare la didattica in presenza e l’apertura delle scuole, implementando le misure di base contro il Covid per un apprendimento sicuro, ma anche rivalutando alcune delle politiche di test e isolamento e promuovendone pesantemente autotest e auto-quarantena per tutti i casi sintomatici”.

L’UE ha raggiunto l’80% della popolazione vaccinata, ma buona parte del resto del mondo arriva a percentuali molto basse. Perché non è possibile superare questo divario? Dove sono i problemi maggiori?

“L’equità della distribuzione di vaccini, sia a livello regionale che globale, deve essere affrontata in maniera diretta, frontale, altrimenti questa pandemia non finirà mai. Nei 53 paesi della regione europea dell’OMS, in media il 58,9% della popolazione idonea è completamente vaccinata. Questo è un risultato straordinario di cui dovremmo essere orgogliosi. Ma il lavoro non è finito perché restano milioni di europei non protetti dal Covid. La copertura vaccinale è estremamente diversificata nei paesi della nostra regione, da un massimo del 95% a un minimo del 32%. Al di fuori dell’Europa, la condivisione delle dosi di vaccino e il trasferimento di conoscenze sono fondamentali per affrontare le ingiustizie legate al vaccino. I Paesi europei hanno consegnato 330 milioni di dosi a quelli che ne necessitavano. È fondamentale che la popolazione vulnerabile di tutti i paesi, indipendentemente dal livello di reddito, riceva una vaccinazione completa e gratuita”.

Se la maggior parte della popolazione mondiale non viene immunizzata, il rischio è che possano nascere nuove varianti, proprio come è successo con Omicron. Dobbiamo quindi aspettarci più ondate di pandemia? Oppure il 2022 potrebbe essere l’anno del fine del Covid?

“Da una prospettiva puramente evolutiva, i patogeni tendono ad evolversi verso una maggiore replicabilità e una minore virulenza all’interno i loro ospiti (gli umani). Anche Omicron sembra adattarsi a questa logica e, si spera, lascerà un alto grado di immunizzazione tra la popolazione che potrebbe aiutare a stabilizzare la pandemia. Tutti i virus si evolvono e mutano, quindi è del tutto possibile che potremmo vedere un’altra variante da qualche parte nel mondo, che potrebbe diffondersi rapidamente in altri luoghi, come con Delta e Omicron. La vaccinazione rimane uno dei modi migliori per prevenire la malattia grave e la morte, ma dobbiamo continuare a mettere in pratica tutte le altre misure che sappiamo funzionano contro il virus, come indossare mascherine, ventilare adeguatamente gli spazi chiusi, rispettare il distanziamento fisico e lavarsi le mani frequentemente. Siamo ancora nel mezzo di questa pandemia, soprattutto con gli enormi livelli di iniquità del vaccino che vediamo ancora in tutto il mondo, quindi sfortunatamente questa pandemia non finirà nel 2022. Ma, mentre entriamo nel terzo anno, spero che potrà almeno terminare la fase acuta. È troppo presto per definire il Covid-19 una malattia endemica. È ancora lontano. L’endemicità presuppone una circolazione stabile del virus a livelli prevedibili di trasmissione. Abbiamo ancora un’enorme quantità di incertezza”.

A questo proposito, il CEO di Moderna ha affermato che molto probabilmente il prossimo autunno sarà necessario un nuovo richiamo del vaccino Covid. Pensa che con Omicron ci stiamo avviando verso una vaccinazione stagionale come per l’influenza?

“Ci sono segnali promettenti, ma non dovremmo confrontare Omicron con l’influenza. Omicron è altamente infettivo e può essere ancora mortale, più dell’influenza. Dire che è come l’influenza farà solo abbassare la guardia alle persone, che è l’ultima cosa che dovrebbero fare in questo momento. Influenza e SARS-CoV-2 sono due famiglie di virus molto diverse, che generano modalità pandemiche molto differenti con i rispettivi modelli di gravità, trasmissibilità, gruppi di popolazione vulnerabili e rimedi. Ricordiamoci che l’influenza uccide circa 15.000 persone all’anno in un paese come il Regno Unito o la Spagna in un anno medio. Ma una persona completamente vaccinata è dieci volte più protetta contro malattie gravi o morte rispetto a una persona non vaccinata o solo parzialmente uno vaccinato. Quindi, la vaccinazione rimane fondamentale, sia per l’influenza che per il Covid-19”.

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