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Visco: «Basta scambiare la flessibilità con la precarietà»

Il Governatore di Bankitalia lancia un monito: «Investire in conoscenza e in tecnologie»

Una sorta di anticipazione del bilancio di un anno difficile e di crisi che il Governatore della Banca d’Italia si accinge a fare, secondo tradizione, con le Considerazioni finali il 31 maggio prossimo, almeno per la parte che riguarda lavoro e giovani. Ignazio Visco ha affrontato l’argomento, sollecitato dai ragazzi, nel corso dell’incontro che si è svolto al Quirinale per l’illustrazione dell’attività dell’Osservatorio lavoro dell’Arel, l’agenzia di ricerche e legislazione, di cui è segretario generale Enrico Letta, riassunta in un volume dal titolo “Giovani senza futuro?” curato da Carlo Dell’Aringa e da Tiziano Treu. Per certi versi critiche, per altri di sprone ai suoi diretti interlocutori, alcuni molto giovani, altri già vicini alla realizzazione del futuro che hanno avuto la possibilità di raggiungere (o quasi), sono risuonate le parole del Governatore che ha fatto una difesa della flessibilità nell’accezione migliore del termine che, però, non è quello più in uso nel nostro Paese. E di qui, quindi, i giustificati timori di chi si deve misurare con essa e un duro richiamo a chi l’ha strumentalizzata. «La flessibilità -ha detto il governatore- ha consentito alle piccole e medie aziende di ridurre i costi. sostituendo «il lavoro costoso dei lavoratori anziani con quello molto economico dei giovani che, però, non debbono identificare flessibilità con precarietà. Debbono avere chiaro che nell’arco di una vita lavorativa ci si può impegnare in posti diversi e, magari, non fare per sempre la stessa professione.. Però la struttura produttiva in Italia deve cambiare. «Ci sono moltissime aziende piccole e medie che non sono in grado di aggregarsi e di utilizzare tecnologie nuove».

UN PAESE IN RITARDO Questo deve essere il punto cruciale di un confronto che è di attualità nel Paese e in Parlamento. Visco ha confermato la convinzione che l’Italia è «un Paese in ritardo per dotazione di capitale umano. «Investire in conoscenza conviene” perché «da un punto di vista economico si guadagna meglio. e, al di là della sfera economica, «si sta meglio e si vive più a lungo, c’è una migliore qualità della vita sociale.. Però in Italia questo non avviene. Scontiamo un grande ritardo rispetto alla capacità di confrontarsi con nuove competenze che sono la capacità di risolvere i problemi, lo spirito critico, la creatività «che si generano nella scuola e nell’università che in vent’anni hanno rallentato, sono meno adeguate rispetto a quando andavo a scuola io, cinquant’anni fa… Le responsabilità? «Molte dello Stato ma anche della società” che deve essere capace di investire nella conoscenza perché, dati alla mano, «il livello italiano di analfabetizzazione è dell’80 per cento contro il 50 degli Stati Uniti e il trenta della Norvegia.. Rompere gli schemi e valorizzare il merito perché «i talenti se li metti sotto terra sono inutili». A rispondere ai quesiti dei giovani c’erano con il Governatore anche rappresentati dell’Università, del Parlamento, del Governo, dell’Ocse e il presidente dell’Istat. Tutti insieme hanno contribuito a rendere più vicine istituzioni e luoghi della speculazione intellettuale. «Avete visto -ha scherzato il presidente- Bankitalia, Ocse, ]stat, non sono solo sigle». Ed Enrico Giovannini, il presidente dell’Istat, che l’Italia la studia e l’analizza in tutti i suoi aspetti, lancia un ‘idea. «Mi piacerebbe che un provvedimento in futuro sia il “Resta in Italia”, dopo il Salvaltalia e il Cresciltalia e il Semplifica Italia”. La misura dovrebbe mirare «a far si che le migliori energie decidessero di restare in Italia e non andare via.. «La questione giovanile è con noi ogni giorno e non riguarda tanto e solo i giovani ma riguarda tutti noi perché senza la crescita e senza le competenze, perdendo capitale umano, non andiamo da nessuna parte».

L’Unità – 29 maggio 2012

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