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Vittoria per “Made in Italy”. L’etichetta non andrà in pensione

I Paesi del Nord Europa volevano cancellare l’etichetta di provenienza. Il «made in» che rientra dalla porta principale dell’Europa, dopo essere stato allontanato in autunno, è una ciliegia sulla torta dell’auspicata nuova politica industriale del vecchio continente.

Concorrerà a tutelare settori come tessile e alimentare dalle imitazioni cinesi o coreane, attraverso un’etichetta che indicherà la provenienza del manufatto, sia esso comunitario o no. La proposta era stata accantonata dallo stesso esecutivo Ue per mancanza di intesa in Consiglio, i paesi più liberisti che manifatturieri del Nord non la volevano. Adesso, dopo un voto all’Europarlamento, torna in un regolamento sulla tracciabilità e la sicurezza dei prodotti che la Commissione Ue varerà stamane. Potrebbe entrare in vigore entro il 2014.

E’ un segnale di attenzione per le imprese e non è il solo. Comincia finalmente a dar frutti l’azione con cui il responsabile per l’Industria, Antonio Tajani, sta cercando di mettere insieme gli sforzi in favore del settore produttivo. Lo si è visto ieri nell’incontro con i principali attori della minacciata siderurgia, al quale hanno partecipato i vertici Arcelor-Mittal, come quelli di Arvedi, Riva e Tenarsi. Bruxelles annuncia un «piano acciaio» per giugno, in attesa del quale ha chiesto a Mittal di sospendere le chiusure in Belgio che comportano il taglio di 1300 posti di lavoro, più l’indotto.

La siderurgia europea ha un fatturato di 190 miliardi e occupa 360 mila addetti. Sebbene sia fra le prime del mondo per prestazioni ambientali e uso delle risorse, è ampiamente a rischio, soprattutto per la concorrenza a basso costo delle economie emergenti. «Sarà il primo settore per il quale sarà applicata concretamente l’analisi sistematica degli oneri che gravano sulla competitività – ha detto Tajani -. Vogliamo rendere le normative più adatte. Se troveremo costi inutili, li abbatteremo». Vale per Liegi come per Taranto.

Una questione calda è il costo dell’energia. Il sistema di abbattimento della Co2 comporta un onere importante sui settori «energivori». Il gruppo di lavoro insediato da Tajani propone di «creare degli schemi aggiuntivi di finanziamento per lo sviluppo di nuove tecnologie, compreso l’accantonamento dei ricavi sugli Ets», le quote di emissioni che sono alla base del mercato (in ribasso) del biossido di carbonio. Si chiede poi di evitare di mettere limiti assoluti sui consumi di metalli. La filosofia, ha provocato qualche dissidio fra l’italiano e la danese Hedegaard, responsabile per il Cambiamento climatico.

La Stampa – 13 febbraio 2013

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