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Welfare e debito. Le sfide obbligate dello Stato sociale

Rilettura dello Stato sociale. Con i tassi da brivido sui titoli pubblici italiani può sembrare ragionevole chiedersi come mai debbano essere le pensioni a “pagare il conto”.

In realtà, il salto dalla visione larga, larghissima, degli sciami aggressivi della finanza internazionale allo sguardo ravvicinato sul libro mastro del welfare-Italia, c’è di mezzo la rilettura sofferta che tutta l’Europa fa, deve fare e sta facendo della propria idea di Stato sociale. È un sistema che ha consentito, in questi anni, a un intero continente di poter vivere al di sopra dei propri mezzi. L’attacco all’euro è legato alla montagna di debito pubblico su cui siede un’Europa ancora troppo poco consapevole del gigantesco sforzo di unità politica che la attende: tra i debiti, quello italiano è il più grande. I 1.900 miliardi di stock italiano finanziano, con le emissioni di titoli pubblici ora oggetto della pressione sui rendimenti, un bilancio pubblico per il 35% destinato ai costi previdenziali. Nel complesso l’Italia, già adesso, spende il 15% del Pil perla previdenza, quattro punti in più della media Ue (il doppio di quella Ocse), ma è il Paese con il maggior tasso di invecchiamento della popolazione. Dunque, le tendenze future di spesa pubblica peggioreranno se non corrette in tempo. L’operazione equità (coniugata con rigore e crescita) promessa dal Governo Monti passa anche da una revisione del nostro sistema di previdenza. Il ministro Elsa Fornero ha riproposto un’idea semplice quanto efficace, più volte lanciata anche da queste stesse colonne: estendere il sistema contributivo per tutti i trattamenti, in anticipo rispetto alla tabella di marcia già prevista dalle vecchie riforme. A questi vanno aggiunti i 20 miliardi “promessi” dalla riforma dell’assistenza la cui congruità e realizzabilità effettiva è, però, considerata ancora molto aleatoria. Equità significa anche stabilire un futuro previdenziale più dignitoso per qualche milione di lavoratori legati a forme di contratti flessibili: oggi pagano il 20% di contributi sulle retribuzioni e la pensione attesa è più o meno simile all’assegno sociale, ai limiti della soglia di povertà, perché oscillante tra 1140 e 1145% della retribuzione media calcolata su tutta la vita lavorativa.

Oggi le aliquote per le diverse tipologie di lavoro (tra dipendente e autonomo) sono una decina, con evidenti sperequazioni e oscillano tra l’8,6% (sic!) dei deputati al 33 dei lavoratori dipendenti. Un ragionamento su forme più armonizzate di prelievo e di entità dell’assegno finale di quiescenza è necessario. La vera anomalia italiana sono le pensioni di anzianità, bersaglio inevitabile per ogni azione riformista nel campo del welfare: quasi 4 milioni di persone sono andate in pensione a 58-59 anni negli ultimi tempi, fatto che non ha eguali in Europa.

E evidente che ogni operazione di equità non può non passare da una rivisitazione anche del sistema fiscale e non può non farsi carico di una ulteriore spinta alla lotta all’evasione (e l’idea di diffondere ancora di più la tracciabilità dei pagamenti va nella direzione giusta). È per questo che il Governo ha già annunciato la reintroduzione dell’Ici, del pari con la rivalutazione delle rendite catastali. Nel complesso si tratta di una forma di patrimoniale che, effettivamente, per chi abbia più di una sola abitazione potrà rivelarsi molto onerosa. E un passaggio nella direzione del cambio di peso tra la tassazione delle persone e delle cose, più volte annunciato come slogan anche dall’ex ministro Giulio Tremonti. Ma la soluzione alla crisi non è solo italiana, ma non è nemmeno solo europea. Deve essere contemporaneamente nazionale e comunitaria. La coesione e il dialogo contano sia su scala continentale sia su scala nazionale. Solo quando la inedita forma di “equità per sottrazione” (vale a dire sacrifici per tutti, anche per chi non li ha mai fatti) andrà a regime e si renderà visibile, l’Italia avrà raggiunto gran parte dei suoi obiettivi macroeconomici. Naturalmente non può non maturare una rivisitazione radicale delle prebende della politica, a partire proprio dai vitalizi per arrivare fino al cuore dei costi, sia delle istituzioni, a tutti i livelli, sia delle forme di sottogoverno che hanno portato a un vero e proprio ceto di quasi due milioni di persone che vivono di politica. Analoga coesione – il Papa nei giorni scorsi ha invitato a un rivoluzionario «coraggio della fratellanza» per uscire dalla crisi – vale anche per l’Europa. Il Vecchio Continente è impegnato a cercare convergenze sulla politica economica comune che, auspicabilmente, dovrebbe approdare a forme di eurobond, in attesa di giungere a una vera e propria convergenze dei sistemi fiscali, vero caposaldo per ogni strategia comune di rafforzamento dell’euro. Solo così i 400 milioni di abitanti che oggi conoscono l’euro come moneta, ma non ancora l’euro come effige del “sovrano europeo”, vivranno una nuova stagione, grandiosa e cruciale per le prossime generazioni.

28 novembre 2011

 

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