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Agricoltura e sostenibilità. Studio Barilla, addio ai pesticidi: i costi scendono, le rese aumentano

In agricoltura, il ritorno all’antico, con una corretta rotazione delle colture e l’utilizzo di pratiche con meno fertilizzanti non soltanto fa bene all’ambiente, ma fa bene anche al portafogli del produttore. Lo ha scoperto Barilla, che ha condotto uno studio sulla qualità e la sostenibilità della coltivazione del grano duro, realizzato con Horta (Spin Off dell’Università Cattolica di Piacenza) e il Life Cycle Engineering di Torino.

La ricerca è stata condotta in tutta Italia tra il 2011 e il 2012 sui campi di 25 aziende agricole fornitrici di grano dell’azienda, le quali hanno prodotto in media 1,3 tonnellate in più per ettaro e ridotto di 57 euro i costi di produzione per tonnellata.

«Il punto di partenza — spiega Luca Ruini, responsabile Sicurezza, ambiente, energia di Barilla — è stato fare le cose giuste dal punto di vista agronomico. Quindi mi sono rivolto agli agronomi e ho chiesto come fosse possibile diminuire l’uso di fertilizzanti, il che significa non soltanto ridurre l’impatto ambientale, ma anche avere meno costi. La risposta è stata fare una corretta rotazione delle colture rispetto alle tecniche intensive tradizionali». C’è poi stato un altro strumento, una sorta di consulenza quotidiana online, che ha aiutato l’agricoltore giorno per giorno a ottimizzare le tecniche attraverso interventi più efficienti e mirati. «In base alle specifiche condizioni, come ad esempio le condizioni meteorologiche previste, le caratteristiche del suolo, la varietà di grano o le precedenti rotazioni diamo un supporto alle aziende fornitrici allo scopo di far capire quando è utile dare il fertilizzante. La logica è di utilizzarlo soltanto quando c’è un effettivo bisogno e di non fare più come per le tecniche intensive tradizionali che prevedono un impiego di risorse definite a priori e non in funzione dell’andamento specifico della campagna».

L’adozione di corretti avvicendamenti e l’impiego dei modelli previsionali hanno fatto calare di oltre il 30% le emissioni di CO2. Ma hanno anche fatto aumentare del 20% le rese di produzione e scendere i costi per l’agricoltore fino al 30%. La tecnica può essere replicata anche alle altre coltivazioni. Anzi, dovrebbe essere imitata. «Il lavoro — dice Ruini — ha dimostrato l’importanza di un approccio integrato. Ma funzionerà meglio quanto più si coinvolgeranno diverse aziende agroalimentari. La sfida è quella di metterne tante attorno a un tavolo con i loro fornitori per capire se si può fare una programmazione. Bisogna ragionare a livello di territorio, su più anni, e a questo serve il coordinamento delle Regioni e degli assessorati all’Agricoltura».

25 novembre 2013 

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