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Alimentare. Il Ttip e il nodo delle denominazioni di origine. Il ministro Martina: «Pronti a difendere il Made in Italy dalle contraffazioni. Il brand geografico va protetto»

di Fernanda Roggero. Ministro Martina, la difesa delle denominazioni d’origine è un nodo chiave delle trattative sul Ttip, l’accordo commerciale con gli Usa. Qual è la posizione dell’Italia? Per noi promuovere e non solo difendere il sistema delle nostre indicazioni geografiche è fondamentale. Parliamo di un settore che tra vini e cibo vale oltre 13 miliardi di euro alla produzione.

Il sistema delle Ig garantisce qualità e rappresenta una chiave economica importante per i territori. Proprio per questo anche in ambito di Ttip continuiamo a spingere perché si protegga il “brand geografico”. Su questo non si accettano accordi al ribasso.

Realisticamente che cosa possiamo aspettarci di ottenere?

Vogliamo sfruttare un’occasione importante per crescere su un mercato strategico. Oggi la Ue esporta verso gli Stati Uniti 16 miliardi di prodotti agroalimentari e ne importa 9. Con il Ttip si possono aprire ancora moltissimi spazi. L’Italia, nel frattempo, non è stata ferma e con il ministero dello Sviluppo economico stiamo attuando un piano di azioni per l’export verso gli Usa. Non è un caso che il nostro segno unico per il Made in Italy agroalimentare abbia visto il suo debutto nella fiera Fmi Connect a Chicago.

È pensabile almeno un compromesso che vieti di posizionare la bandiera o il tricolore su merci non prodotte in Italia?

Quella contro l’usurpazione del brand Made in Italy è una battaglia che stiamo conducendo con forza e coinvolgeremo direttamente i consumatori per proteggerli dai falsi. Allo stesso tempo siamo impegnati come nessun altro Paese al mondo nella protezione delle nostre Dop e Igp anche sul web, una frontiera dalle potenzialità enormi.

Dallo studio di Qualivita emerge uno squilibrio tra Nord e Sud. Le province in cui si concentra il fatturato derivante da produzioni Dop e Igp sono al Centro-Nord.

Proprio ieri all’Expo abbiamo presentato l’accordo che abbiamo chiuso con la grande distribuzione italiana per far conoscere meglio i prodotti Dop e Igp nei punti vendita, con iniziative di educazione e promozione. A questo aggiungeremo una campagna di comunicazione sul valore delle indicazioni geografiche. Questi prodotti rappresentano territori, storia e innovazione, per questo vogliamo far crescere anche i piccoli.

L’Italia ha il primato delle denominazioni, ma alcune di fatto esistono poco più che “sulla carta”, con ricadute economiche poco rilevanti. È immaginabile una salvaguardia più efficace per i prodotti più significativi?

Nelle Dop e Igp i primi dieci prodotti fatturano quasi l’80% del totale, ma questo dimostra il loro potenziale e ci deve spingere a lavorare ancora di più. Vogliamo mettere a frutto un patrimonio che nessun altro può vantare, siamo leader con 271 denominazioni nel cibo e 523 nel vino. Dobbiamo garantire la stessa tutela a tutti, ma si può lavorare per far crescere in ogni territorio un sistema che ruoti attorno al prestigio della denominazione. Penso, per esempio, alle ricadute positive sul turismo.

È stato appena lanciato il marchio “The extraordinary Italian Taste”: sono già stati avviati colloqui con i grandi player della Gdo mondiale?

Sono state avviate trattative in Canada, Stati Uniti e Giappone. Entro il 2015 siamo in grado di partire con le prime azioni nei punti vendita.

Esisterà mai un marchio che identifichi l’Italia e possa venir apposto sui singoli prodotti?

La nostra è una scelta di sistema, vincente già in altri Paesi, che ci aiuterà a fare squadra all’estero. Abbiamo intrapreso la strada che riteniamo più efficace, colmando la distanza rispetto ad altri Paesi come la Francia.

Il Sole 24 Ore – 15 giugno 2015 

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