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Allarmi infondati, conflitti d’interessi. L’altra faccia imbarazzante dell’Oms. Solo il 25% del budget arriva dagli Stati. E dopo la carne, l’agenzia annuncia nuovi dossier sui rischi di caffè e altre bevande

Valentina Arcovio, la Stampa. La sua missione è certamente ambiziosa, quasi utopica: il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute. Ma le sue braccia, forse, sono troppo umane per raggiungere un così lodevole traguardo. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non è Dio e le sue parole non sono la Bibbia. Dalla sua nascita nel 1946 a oggi, la più potente organizzazione delle Nazioni Unite, ha certamente dato un contributo significativo al bene comune, salvando milioni e milioni di vite umane.

Tuttavia, la sua storia è anche costellata da evidenti contraddizioni, frutto di intrecci politico-economici. Clamoroso è stato lo scandalo legato all’influenza suina, quando è stata avviata un’inchiesta su alcuni scienziati, sospettati di avere legami poco chiari con l’industria farmaceutica e, per questo, accusati di aver alimentato l’allarme pandemia, costringendo i governi a fare investimenti inutili. O più recentemente lo scivolone nella gestione dell’emergenza Ebola, in cui l’Oms ha ammesso di aver sottovalutato il problema reagendo inadeguatamente e con grave ritardo per arginare l’epidemia in Africa.

Una «svista», questa, costata la vita di migliaia di persone. E’ probabilmente per questi errori grossolani che spesso, e non sempre a ragione, le indicazioni dell’Oms, prima considerate dei veri e propri comandamenti, sono oggi accolte con dubbio e sospetto. Non ultimo il recente aggiornamento della classifica delle sostanze cancerogene o probabilmente cancerogene per l’uomo, con l’aggiunta della carne lavorata e di quella rossa.

Una decisione che ha sollevato non poche polemiche, ora alimentate anche dall’annuncio di nuove indicazioni riguardanti il caffè e altre bevande calde. «La principale causa della graduale perdita di credibilità dell’Oms – spiega Nicoletta Dentico, una delle autrici del rapporto dell’Osservatorio italiano sulla Salute Globale dedicato proprio all’organizzazione delle Nazioni Unite – è certamente legata al fattore economico, in particolare alla perdita di controllo sui propri bilanci».

Basta pensare che il 70-80% delle risorse realmente disponibili all’agenzia provengono da contributi volontari pubblici o privati, mentre la proporzione dei contributi regolari derivanti dall’esborso regolare dei 193 paesi membri dell’Oms rappresenta a malapena il 20-25% di tutto il budget dell’organizzazione. Solo su quest’ultima l’Oms esercita un controllo discrezionale, mentre i contributi volontari sono perlopiù fuori bilancio, con una destinazione d’uso decisa dal donatore (su progetti specifici) per un termine di volta in volta variabile, a discrezione dell’erogatore». Una situazione non degna dell’«agenzia che serve al mondo». «Diversi governi, il mondo accademico e parecchi gruppi della società civile – sottolinea – Dentico – hanno fatto notare come l’autorità, la credibilità, le capacità stesse dell’Oms siano messe a durissima prova dal ristretto accesso alle risorse».

Tuttavia, rinunciare all’ideale missione per cui è nata l’Oms sembra inaccettabile. «Non bisogna demolirla, ma riformarla ridefinendo il suo ruolo e riprogettando la sua gestione, specialmente finanziaria», dice Dentico. Un obiettivo che l’attuale direttore generale, Margaret Chan, sembra proprio decisa a perseguire.

La Stampa – 29 ottobre 2015 

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