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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Rassegna Stampa»Ancora aggressioni: in corsie e pronto soccorso sono 16mila solo nel 2023
    Rassegna Stampa

    Ancora aggressioni: in corsie e pronto soccorso sono 16mila solo nel 2023

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati12 Marzo 2024Aggiornato:12 Marzo 2024Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Diventa procedibile d’ufficio il reato di lesioni personali contro professionisti sanitari. Oggi diffusi i dati dell’Osservatorio: il 70% sono donne in camice. Nelle ultime 36 ore due casi a Napoli. E ancora in Liguria, al Galliera di Genova. Si moltiplicano i casi di aggressione al personale sanitario nei pronto soccorso e in corsia. Nel 2023 sono stati segnalati circa 16mila episodi di violenza. Ieri tre infermieri del Pronto soccorso dell’ospedale Galliera di Genova sono stati aggrediti da una paziente in attesa. All’Ospedale Evangelico Betania di Ponticelli, a Napoli, un 22enne ha sfondato la porta del pronto soccorso per aggredire medico e guardia giurata. Nel decreto legislativo sulla revisione del processo penale approvato ieri dal Governo diventa procedibile d’ufficio il reato di lesioni personali contro il personale sanitario.

    Ieri tre infermieri del Pronto soccorso dell’ospedale Galliera di Genova aggrediti da una paziente che voleva saltare la fila. La sera precedente un equipaggio del 118 a Pescara e nel pomeriggio prima a Napoli dove prima al Cto e poi a Villa Betania oltre alle aggressioni verbali ci sono stati anche danni con porte e vetri sfasciati sempre al Pronto soccorso. Tutto questo nel giro di 36 ore, ma basta andare indietro di un solo giorno per registrare un’altra aggressione a quattro operatori ancora una volta dell’emergenza-urgenza – due infermieri, un operatore socio sanitario e una guardia giurata – all’ospedale Borgo Roma di Verona. Eccolo l’ultimissimo bollettino delle aggressioni a medici e infermieri che ogni giorno viene aggiornato soprattutto dalla trincea dei Pronto soccorso, il luogo per eccellenza delle violenze ai camici bianchi.

    Una escalation che secondo i dati che saranno diffusi oggi dal ministero della Salute in occasione della giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza in Sanità è in costante aumento: solo nel 2023, secondo questo primo report realizzato dall’Osservatorio sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, in base alle segnalazioni arrivate dalle Regioni (manca solo la Sicilia) ci sono state circa 16mila «segnalazioni di episodi di violenza». Numeri che non coincidono con le denunce Inail – che sono di meno – ma che potrebbero in ogni caso essere sottostimati perché nella maggior parte dei casi medici e infermieri preferiscono non denunciare.

    Questa escalation di aggressioni nelle corsie ha varie radici, ma è sicuramente il campanello d’allarme che suona più forte del malessere che colpisce la malandata Sanità del dopo Covid e che si ripercuote sui cittadini sempre più impazienti di fronte a code infinite ai pronto soccorso e liste d’attesa lunghissime per una visita o un esame: «L’aggressione è l’effetto di una serie di cause anche importanti che affondano le radici in diversi contesti, tra cui i modelli organizzativi e alcune mancate risposte che i cittadini patiscono», avverte Barbara Mangiacavalli, la presidente della Fnopi, l’Ordine delle professioni infermieristiche che sono in assoluto le più colpite. Secondo i dati dell’Osservatorio che saranno diffusi oggi i due terzi delle aggressioni riguardano proprio gli infermieri e quasi nel 70% colpisce donne in camice. Nel 68% dei casi le aggressioni sono verbali, nel 26% fisiche e infine nel 6% dei casi riguarda i beni di proprietà degli operatori sanitari. Mangiacavalli insiste sul fatto che «i bisogni dei cittadini spesso non vengono convogliati verso i luoghi più adeguati. Ad esempio, molti accessi al Pronto Soccorso non sono legati a situazioni di criticità vitali. Emergono invece bisogni di ascolto, necessità di presa in carico di situazioni complesse, che sfiorano la sfera socioassistenziale e qui servono servizi sul territorio» insiste la presidente della Fnopi che oggi in occasione della giornata contro la violenza in Sanità presenterà anche una survey dalla quale emerge che il 40% degli infermieri ha dichiarato almeno una aggressione nell’ultimo anno.

    Questo allarme tra l’altro è esploso già da alcuni anni e da prima del Covid che ha – almeno nei mesi più duri della pandemia – quasi congelato questa emergenza con il crollo del ricorso agli ospedali da parte dei pazienti. Che ora però sono tornati in massa a bussare alla porta del Ssn facendo riemergere il problema in tutta la sua virulenza. Anche l’aumento delle sanzioni penali deciso nel decreto bollette di maggio scorso per chi aggredisce un medico e un infermiere (associati di fatto a un pubblico ufficiale) sembra non aver sortito alcun effetto. «Serve un cambio culturale – spiega il ministro della Salute Orazio Schillaci -. Quando una persona si rivolge a una struttura sanitaria trovandosi davanti una persona con il camice bianco deve capire che è lì per prendersi cura di lui. Su questo c’è l’impegno non solo ad aumentare le pene come abbiamo fatto lo scorso anno, ma soprattutto a cambiare il paradigma, per far capire quanto sia importante il lavoro di chi tutti i giorni si sacrifica per gli altri».

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