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Anzianità e invalidità: la previdenza divide in due l’Italia. Riforma pensioni, la partita non è chiusa

1a1a28_aitalia-fotolia-258Pensioni di anzianità al Nord, assegni sociali e invalidità civili al Sud. Bisogna partire da queste coordinate geografiche per capire i contrasti di interessi che agitano il dibattito politico sulla previdenza, secondo uno schema che ha caratterizzato l’estate ed è destinato a riproporsi con l’apertura del cantiere della legge di stabilità. A dominare la scena sono state le barricate innalzate dalla Lega Nord a ogni ipotesi di intervento strutturale sulla previdenza, con un braccio di ferro che ha per ora consentito di mandare in Gazzetta Ufficiale solo interventi modesti nell’entità o troppo lenti nell’applicazione.

A spostare a Nord il baricentro previdenziale sono proprio le pensioni nell’occhio del ciclone, quelle di anzianità, caratterizzate da una distribuzione che la geografia industriale del Paese fa intuire facilmente ma che i numeri dei censimenti Inps rendono più plateale. Gli assegni di anzianità erogati ogni mese dall’Istituto di previdenza sono poco meno di 4 milioni, ma per due terzi si concentrano nelle Regioni del Nord e la Lombardia da sola ne accumula quasi un milione. In rapporto alla popolazione, la densità massima si raggiunge in Piemonte, con più di 100 assegni ogni mille abitanti, seguito a ruota da Emilia Romagna e, appunto, Lombardia: in Campania e Calabria, per fare un confronto, lo stesso rapporto si ferma sotto quota 25 assegni per mille abitanti, con una densità quattro volte inferiore a quella piemontese.

Le coordinate della previdenza, non solo quelle geografiche, non possono lasciare indifferenti i 30-40enni, soprattutto i parasubordinati e i “discontinui” (vale a dire, con periodi non coperti da contribuzione), i quali sperano che un’eventuale riforma possa servire a finanziare un ridisegno delle regole e non solo a tamponare i conti pubblici. Sui quali la spesa previdenziale pesa come un macigno, che – per le sole pensioni di vecchiaia e anzianità dell’Inps vale oltre 125 miliardi all’anno, di cui una grossa fetta pagati a persone di età fra i 45 e i 59 anni.

Certo, i dati dell’Inps interessano molto la politica, sempre più ancorata a riferimenti territoriali (non solo in casa leghista) e ansiosa di dover spiegare agli elettori di casa propria le ragioni delle diverse scelte.

Il problema non sono tanto i titolari delle pensioni attuali, perché “le vecchiette” più volte evocate in questi mesi dal leader della Lega Umberto Bossi per spiegare il non possumus opposto dal Carroccio sono ovviamente al sicuro da ogni intervento; il punto sono le aspettative a breve-medio termine dei lavoratori dipendenti, soprattutto del settore privato dove si concentra l’ampia maggioranza delle anzianità, che si stanno avvicinando all’età di uscita dal lavoro e si vedrebbero imporre i tempi supplementari, con scaloni non indifferenti se dovessero avere la meglio le ipotesi più drastiche sul tramonto dell’uscita anticipata di anzianità. Si tratta, insomma, di una questione di rappresentanza, e su questa base si salda nel campo previdenziale un’alleanza inedita fra il Carroccio e le organizzazioni sindacali, Cgil in testa.

I “rapporti di forza” territoriali fra le diverse categorie previdenziali, infatti, dipendono dal profilo locale del mondo del lavoro: se la pensione di anzianità è il “prodotto tipico” del lavoro dipendente nel settore privato, quella di vecchiaia ha caratteristiche più universali, e di conseguenza è meno unidirezionale. In Molise, dove la pensione di vecchiaia raggiunge la diffusione più intensa, arrivano 36mila assegni ogni mese, uno ogni 113 abitanti: il doppio esatto rispetto a quello che succede nelle anzianità, dove Campobasso e dintorni viaggiano poco sotto la media nazionale.

La prevalenza meridionale, invece, è netta quando si passa agli assegni sociali e a quelli destinati all’invalidità civile. Se sul primo versante la ragione è ovvia, e dipende proprio dalla stessa struttura produttiva debole che spiega la carenza di pensioni di anzianità, il secondo fatica ancora a trovare una spiegazione logica “ufficiale”. Le ondate di controlli alimentate negli ultimi tre anni dall’Inps per revocare le false pensioni di invalidità hanno avuto effetti importanti, limando il monte di assegni dai 3,2 milioni che si registravano nel 2008 ai 2,78 milioni attuali. A non cambiare, però, è la distribuzione territoriale dell’intervento, che con l’eccezione dell’Umbria (poco significativa dal punto di vista statistico per i piccoli numeri che mette in campo) è tutta puntata a Sud. Calabria e Sardegna registrano più di 66 assegni di invalidità ogni mille abitanti, seguiti dalla Campania che si attesta poco sopra quota 58, mentre Lombardia, Veneto e Piemonte si fermano molto prima delle 40 invalidità civili ogni mille abitanti. Segno che anche dopo le prime scremature la pensione d’invalidità civile continua a svolgere un improprio ruolo di ammortizzatore sociale nei territori più deboli economicamente

Riforma pensioni, la partita non è chiusa

È in salita ma non ancora chiusa. La partita nella maggioranza sulla riapertura del cantiere previdenza potrebbe riservare più di una sorpresa. Il no della Lega a interventi per eliminare le pensioni di anzianità potrebbe, alla fine, trasformarsi in un “ni” (ma solo se non si andrà a elezioni anticipate nel 2012), ovvero nella disponibilità ad aprire la strada al passaggio immediato al calcolo contributivo, nella forma del pro-rata, per tutte le pensioni future, con la conseguente eliminazione del “retributivo”.

Questa breccia nel muro del Carroccio potrebbe aprirsi se, come sembra, il capitolo previdenziale sarà inserito nella delega sull’assistenza già all’esame del Parlamento, rendendo così possibile un tavolo tra governo e parti sociali, sindacati compresi, da sempre contrari a nuove correzioni sulle pensioni.

L’adozione del contributivo per tutti potrebbe essere associata a un ulteriore anticipo del meccanismo per l’innalzamento graduale a 65 anni dell’età pensionabile delle lavoratrici private (indicato ora al 2014 nella manovra di Ferragosto), su cui dalla Lega è pure arrivata una cauta disponibilità. A una precisa condizione: che scatti una stretta sui trattamenti di reversibilità e sulle false invalidità. Sull’abolizione dei trattamenti anticipati, ancora prevista nel menù di interventi elaborato dai tecnici del Tesoro e su cui preme il Pdl, i margini di trattativa con Bossi e i suoi restano ridottissimi. A via XX settembre l’ipotesi d’intervento è già pronta da tempo: anticipo dal 2013 al 2012 di quota 97 (somma di età anagrafica e contributiva), o ripristino dello scalone Maroni, per giungere nel 2015 a quota 100, ovvero all’abolizione di fatto delle “anzianità”.

Staremo a vedere che cosa ci riserverà l’autunno. Per l’anno prossimo, invece, le novità non mancano. Di sicuro, sotto il cielo della previdenza pubblica, sono innanzitutto da ricordare quelle che entreranno in vigore a gennaio. Diverse e tutte importanti. C’è in primis la finestra d’uscita, che cresce d’un mese per i pensionandi di anzianità con 40 anni di contributi e c’è il passaggio a 65 anni dell’età minima per la pensione di vecchiaia delle dipendenti statali. Ma a capodanno entra in vigore anche la cosiddetta “norma anti-matrimoni con badanti” voluta ancora una volta dalla Lega (legge 111/2011, art. 18 comma 5) e che penalizza le pensioni di reversibilità in caso di matrimoni di ultrasettantenni con persone più giovani di 20 anni. Scatta poi il blocco temporaneo della perequazione delle pensioni più elevate (per la parte compresa tra 1.428 e 2.380 euro, la perequazione sarà solo al 70%, mentre per la parte eccedente non ci sarà).

Diverse delle misure varate nei mesi scorsi, come si vede dalla grafica in pagina, si attiveranno invece più avanti, come il graduale innalzamento dell’età per il pensionamento di vecchiaia delle dipendenti del settore privato (si passa a 60 anni e un mese dal 2014), mentre per l’aggancio dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita media bisognerà aspettare il gennaio del 2013, anno in cui si salirà di un ulteriore gradino per le anzianità con 35 anni di versamenti (ma questa norma risale alla riforma Damiano-Prodi del 2007) che passeranno a «quota 97» per i dipendenti e «quota 98» per gli autonomi. Le ipotesi di ulteriore modifica, come dicevamo, riguardano proprio le anzianità. Nonostante i ripetuti e perentori veti leghisti l’ipotesi di un anticipo del meccanismo delle quote resta in campo nelle sue varie versioni, con l’obiettivo di arrivare a «quota 100» nel 2015 in modo tale da poter sospendere nei pochi anni di transizione almeno un terzo dei pensionamenti anticipati. Ma non mancano anche proposte (come quella avanzata dalle associazioni imprenditoriali) di estendere il blocco anche ai ritiri anticipati con 40 anni di contributi fissando il limite minimo di età a 62 anni con un meccanismo di valorizzazione/disincentivo, per chi decidesse ri-pensionarsi prima.

Altra ipotesi costantemente in circolazione riguarda poi l’aumento dell’età per la vecchiaia delle donne. Posto che l’anno venturo per le statali il passaggio è secco a 65 anni, c’è chi vorrebbe fare altrettanto anche per le lavoratrici del settore privato e chi vorrebbe invece anticipare ancora l’attuale lunga scalettatura (parte nel 2014) per l’allineamento al requisito mantenendo la stessa gradualità. Svanito invece, nonostante i boatos e le tante indiscrezioni filtrate dai tecnici, l’anticipo del meccanismo di aggancio del momento del ritiro all’aspettativa di vita. Visti i tempi sarebbe complicatissimo a questo punto cambiare la data già fissata (gennaio 2013). Ma soprattutto sarebbe assai poco logico spostare questo meccanismo senza intervenire anche sui coefficienti di trasformazione, che, appunto nel 2013, affronteranno il loro primo adeguamento anche sulla base delle aspettativa di vita.

Qui l’intervento di riforma, se mai ci sarà, dovrebbe riguardare proprio l’assetto dei coefficienti, che servono per trasformare il montante contributivo in assegni pensionistici: sono unisex (nonostante la diversa aspettativa di vita di uomini e donne) e valgono erga omnes, cioè senza differenziazione tra le diverse coorti in età di pensione; inoltre non è stato risolto al momento della loro introduzione operativa il raccordo con il sistema di indicizzazione. Ma sulla riforma dei coefficienti di trasformazione (il cuore del sistema contributivo) finora nessuno ha preso una posizione netta

Ilsole24ore.com – 10 ottobre 2011

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