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Articolo18, martedì la modifica: reintegro solo in pochi casi. Il premier attacca i sindacati: cambiate

“Con le regole attuali disoccupati raddoppiati e addio stranieri”. Il 7 ottobre incontro con Cgil, Cisl e Uil. “I dati sul Pil sono devastanti”. Renzi tira dritto sulla riforma del lavoro e sull’articolo 18. «Con queste regole gli investitori stranieri non sanno che fine fanno e la disoccupazione è raddoppiata», ha rilanciato parlando a Ferrara dove ha subìto il battesimo della contestazione.

«La riforma si può fare in un mese», ha assicurato e ha annunciato l’intenzione di serrare i tempi: martedì incontrerà i sindacati ai quali il premier ha chiesto ancora una volta di «cambiare» mentre la Cgil ha già minacciato lo sciopero generale.

L’officina del governo è al lavoro per affinare il testo del Jobs Act.

Si starebbe preparando un nuovo emendamento alla delega che andrà in discussione in aula al Senato martedì prossimo. Il testo, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe individuare con precisione, e dunque circoscrivere a pochi casi, le fattispecie che vanno sotto l’etichetta di licenziamento «disciplinare» che resterebbe tutelato dall’articolo 18 dopo l’intervento di riforma insieme a quello, mai messo in discussione, di carattere “discriminatorio”.

Ma ad agitare le acque, dopo lo showdown del Def di giovedì che prevede lo slittamento del pareggio di bilancio al 2017 e una manovra in deficit per 11,5 miliardi, c’è lo scontro tra Francia e Germania dove l’Italia rischia di essere schiacciata come un vaso di coccio. Renzi ha definito «devastanti» i dati sul Pil italiano, è tornato a ribadire, in una intervista al Financial Times, che l’Italia ha problemi di reputazione e che per «dare prova di credibilità» rispetterà il rapporto del 3 per cento deficit-Pil (come del resto è scritto nel Def).

Sul duello Francia-Germania, tuttavia la comprensione di Renzi è tutta per Parigi.

«Preferisco Hollande piuttosto che avere domani una Francia con Marine Le Pen», ha detto spiegando il suo appoggio allo strappo del presidente francese. Critiche anche al parametro del 3 per cento di Maastricht: «Non è attuale, è stato fatto nel ’92, quando non c’era Internet e i telefonini erano appena arrivati», ha detto Renzi che ha anche puntato l’indice sulla burocrazia di Bruxelles evocando la necessità di «ridurre il potere dei tecnocrati».

Renzi non ha rinunciato a punzecchiare la Germania: «Quando nel 2003 l’Italia, presidente di turno dell’Ue, ricevette la richiesta dalla Germania di violare il 3 per cento, nessuno disse ai tedeschi ”dovete fare i compiti a casa”». «L’Italia – ha aggiunto – fa un gioco diverso rispetto alla Francia, ma l’Europa non può diventare un luogo dove c’è un maestro che insegna e gli altri che imparano».

Sul braccio di ferro europeo è intervenuto anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. La Ue «è a un bivio» – ha detto – e «c’è ancora il rischio che si imbocchi la strada sbagliata» Bisogna «superare le spinte individualiste» e adottare un «approccio collettivo». «Bisogna cercare un modo di riequilibrare l’onere degli aggiustamenti» di bilancio «tenendo conto di entrambi i lati della medaglia, sia il surplus che il deficit». Un invito ai Paesi in deficit, come la Francia e l’Italia, ma anche a quelli in surplus come la Germania.

Repubblica – 4 ottobre 2014 

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