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Aviaria. Lancet, scienziati contro mercati pollame: chiuderli per evitare contagi

La scienza dichiara guerra ai mercati di uccelli vivi. In molti Paesi del mondo sono una tradizione millenaria, come in Cina e in generale tutto il Sudest asiatico. Ma secondo Benjamin Cowling e colleghi dell’università di Hong Kong, questa usanza andrebbe rivista per ragioni di sanità pubblica.

In uno studio pubblicato su Lancet, infatti, i ricercatori dimostrano che chiudere i mercati di pollame abbatte del 97% i nuovi casi di influenza aviaria. In pratica, arriva quasi ad azzerarli.

Lo studio ha riguardato in particolare il virus H7N9, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto registrare in Cina 137 casi con 45 morti. La maggior parte dei contagi, però, è stata registrata nei mesi immediatamente successivi al salto di specie del virus dall’animale all’uomo. Successivamente, circa 800 mercati di uccelli vivi tra Shanghai, Hangzhou, Huzhou e Nanchino sono stati temporaneamente chiusi, e questo ha permesso agli scienziati di ‘misurare’ il ruolo di questi luoghi nella diffusione dell’epidemia.”I nostri risultati – spiega Cowling – confermano che la chiusura dei mercati di uccelli vivi è un intervento altamente efficace per prevenire malattie nell’uomo e tutelare la salute pubblica”.Secondo il report su Lancet, quindi, questi mercati dovrebbero essere rapidamente chiusi nelle aree in cui emergono focolai di influenza aviaria. E in generale, bisognerebbe ridiscutere il loro ruolo: possono infatti diventare “una fonte permanente di infezione per gli allevamenti di polli e per le persone in contatto con questi animali”, commentano alla Bbc online Guillaume Fournie e Dirk Pfeiffer del Royal Veterinary College britannico.In ottobre sono stati segnalati in Cina 2 casi di H7N9, i primi confermati in laboratorio quest’autunno, dopo il boom di casi dei primi mesi dall’anno. “Questi nuove infezioni preoccupano – avverte Cowling – perché indicano che il virus H7N9 ha continuato a circolare e quest’inverno potrebbe tornare in forma epidemica nell’uomo”.

Adnkronos Salute – 2 novembre 2013 

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