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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Notizie»Bankitalia e Corte dei conti bastonano. La manovra aumenta la pressione fiscale, non risana i conti e non aiuta la crescita
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    Bankitalia e Corte dei conti bastonano. La manovra aumenta la pressione fiscale, non risana i conti e non aiuta la crescita

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche31 Agosto 2011Nessun commento3 Minuti di lettura
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    1a1aaaaaaaaaaaaaaaaaabanca_ditalia_adn--400x300Una sonora bocciatura. La manovra di Ferragosto non va giù alla Banca d’Italia e alla Corte dei conti. Aumenta la pressione fiscale, non aiuta la crescita, rischia seriamente di non centrare gli obiettivi di risanamento dei conti. Ipotesi, quest’ultima, a cui potrebbe contribuire un trend di crescita del Pil per il 2011 e il 2012 che ormai quasi tutti, in Italia e fuori, stimano in meno dell’1% annuo. E così, alla critiche già piovute in abbondanza nei giorni scorsi, si aggiungono stroncature che non fanno altro che rendere più tortuoso il cammino di un provvedimento che sembra sempre più confuso.

    Le censure della Banca d’Italia, ieri, sono state affidate al vicedirettore generale di Palazzo Koch, Ignazio Visco, intervenuto in audizione davanti alla commissione bilancio del senato. Naturalmente il riferimento è a un decreto la cui fisionomia sta cambiando radicalmente in queste ore. Per Visco, a ogni modo, «eventuali cambiamenti nella struttura della manovra dovrebbero andare nelle direzione di ridurre il peso degli aumenti delle entrate, accrescere il ruolo delle misure strutturali, minimizzare gli effetti negativi sul prodotto». Obiettivi non facili da realizzare, e non solo se si pensa alla difficile opera di ricucitura che governo e maggioranza stanno tentando di perfezionare per apportare modifiche accettabili alla manovra. Il fatto è, ha aggiunto Visco con preoccupazione, che «siamo in un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto». Questo significa che «potrebbe prefigurarsi una crescita del Pil inferiore al punto percentuale nell’anno in corso e ancora più debole nel 2012». La conclusione, scontata ma molto amara, è che potrebbe rivelarsi «più difficile il pareggio di bilancio» e più problematica «la flessione del peso del debito pubblico». Insomma, il sacrificio che a regime, nel 2014, dovrebbe valere la bellezza di 55 miliardi di euro, rischia di essere inutile, se non supportato da misure che stimolino il Pil. Tra l’altro, ieri, a confermare le fosche previsioni sull’andamento del Pil è stato il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini.

    Il quale, dopo aver ricordato che «il Def (documento di economia e finanza, ndr) aveva prudentemente previsto una crescita dell’1,1%, mentre le anticipazioni delle previsioni del Fondo monetario internazionale indicano un aumento dello 0,8%», ha concluso che «per l’Italia, alla luce del quadro macroeconomico, anche un tasso di crescita dell’1% per il 2011 appare oggi di difficile realizzazione». Nel frattempo, ha incalzato ancora Bankitalia, la pressione fiscale corre, al punto che «nel 2014 si attesterà al massimo storico del 44,5%». Un’insistenza, quella sulla leva fiscale, che dovrebbe attenuarsi in conseguenza della soppressione del contributo di solidarietà. Ma nella nebbia che ancora avvolge la sorte del decreto, l’analisi non può fare a meno di concentrarsi sul settore. E così, facendo eco alla Banca d’Italia, anche la Corte dei conti ha stroncato l’intervento di Ferragosto rilevando come «il ricorso prevalente alla leva fiscale, quasi 3/4 della manovra, determina la compressione del reddito disponibile e accentua i rischi depressivi». L’analisi, che è stata offerta al parlamento dal presidente dei magistrati contabili, Luigi Giampaolino, conclude che «nell’ipotesi più ottimistica l’aumento della pressione fiscale sarà di 2 punti percentuali nel 20104». La Corte dei conti, tra l’altro, ha rilanciato ieri l’allarme sull’esistenza di circa 4 miliardi di euro non ancora riscossi dai contribuenti che nel 2002 hanno aderito ai condoni fiscali. All’epoca le sanatorie predisposte dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, avrebbero dovuto garantire alla casse dello stato 26 miliardi di euro. Alla fine ne furono incassati quasi 21, con un buco di 5 miliardi. Di questi, dice ancora una volta la Corte dei conti, mancano all’appello ancora 4 miliardi.

    ItaliaOggi – 31 agosto 2011

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