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Bilanci previdenza. Quarto anno consecutivo in rosso per l’Inps. Il macigno di pensioni pubbliche e gestioni speciali. Perdita di oltre 5 miliardi

di Fabio Pavesi. Mentre il Governo Renzi cerca una soluzione per rimborsare (almeno in parte) i pensionati che hanno visto gli assegni colpiti dalla de-indicizzazione all’inflazione voluta dal Governo Monti, l’Inps, la grande fabbrica delle pensioni, si avvia a chiudere un altro anno, il quarto consecutivo, in perdita. Pochi giorni fa infatti il Civ (l’organo di vigilanza dell’istituto) ha approvato la prima nota di variazione al preventivo di quest’anno. Numeri in miglioramento, rispetto al preventivo originario, ma sempre con il segno meno davanti alle cifre.

Perdita di oltre 5 miliardi

La gestione economica dovrebbe chiudere con una perdita di 5,65 miliardi (dai 6,8 miliardi stimati in passato) e la gestione finanziaria con un passivo di oltre 2 miliardi. Sarà il quarto anno di rosso per i conti dell’Inps che dal 2012, anno dell’incorporazione dell’Inpdap, ha cumulato passivi nell’ordine dei 30 miliardi. Buona parte delle perdite arrivano dalla disastrate gestione dei dipendenti pubblici (l’ex Inpdap) strutturalmente in deficit da anni. E anche per il 2015 la gestione dei dipendenti pubblici segnerà un disavanzo di quasi 5,5 miliardi. Ma mentre per i dipendenti dello Stato si è provveduto al ripiano dei disavanzi accumulati, la Cassa dei dipendenti degli enti locali, Cpdel, (Regioni, Province, Comuni) continua a rappresentare una zavorra per i conti. Il buco sarà di 6,8 miliardi con un patrimonio netto negativo che arriverà alla cifra record di 48 miliardi. Un bubbone creato, come scrive il Civ dell’Inps “dall’effetto congiunto del blocco del turn over e dalle pensioni di anzianità concesse in passato con requisiti molto bassi”.

Il disavanzo strutturale della gestione dei dipendenti degli enti locali è messo in luce anche dalla Ragioneria generale dello Stato che evidenzia come nel 2013 a fronte di quasi 20 miliardi di spesa pensionistica, i contributi e i trasferimenti si siano fermati a poco più di 13 miliardi. Lo squilibrio si è andata via via aggravando ma viene la lontano, e data da almeno un decennio.

Le pensioni publiche costano 65 miliardi

E il peso relativo di tutte le pensioni degli ex dipendenti pubblici è rilevante. Costano 65 miliardi l’anno, circa un quarto dell’intera spesa previdenziale italiana, ma i pensionati sono solo 2,8 milioni sui 20 milioni di prestazioni erogate.

Del resto pesa il fatto che il valore medio degli assegni sia assai più elevato (ben oltre il 50%) del corrispettivo erogato ai dipendenti del settore privato. Pensioni più generose e spesso di anzianità quindi con contribuzioni più basse. Ma non è solo il settore pubblico a gravare con squilibri strutturali sui conti dell’Inps

I fondi in rosso

A mandare in rosso l’ente ci sono da anni le gestioni speciali, cioè i fondi di categoria soppressi anni fa. Basti pensare all’ex Inpdai (la gestione dei dirigenti d’azienda) che chiuderà in rosso il 2015 per 4 miliardi di euro. E c’è l’ex fondo elettrici con un passivo che sfiora i 2 miliardi, seguito dall’ex fondo telefonici che avrà un disavanzo quest’anno di 1,1 miliardi e l’ex fondo trasporti in rosso per 916 milioni. Perdite che vanno a erodere l’avanzo per 9,4 miliardi del fondo principe dell’Inps, quello dei lavoratori dipendenti. Quei passivi sono gravi e di data antica. Le perdite sommate anno su anno dei fondi soppressi contano un deficit patrimoniale che vale oggi ben 91 miliardi.

Il disavanzo nasce e si aggrava per l’aumento dei pensionati (e quindi della spesa) e la diminuzione dei contributi, dato che dopo la soppressione i nuovi iscritti versano direttamente al fondo lavoratori dipendenti, ma anche dal fatto come mostra l’operazione trasparenza “porte aperte”, inaugurata dal nuovo presidente dell’Inps Tito Boeri, che i trattamenti sono “gonfiati” dal sistema di calcolo retributivo che ha consentito di andare in pensione con assegni parametrati sugli ultimi anni di carriera. Se fossero calcolati con il sistema contributivo come mostrano gli studi “porte aperte” dell’Inps il deficit si conterrebbe dato che la stragrande maggioranza dei trattamenti prende di più di quanto realmente versato come contribuzione.

A tenere sotto scacco l’equilibrio dei conti della previdenza italiana ci sono anche le gestioni degli artigiani e degli agricoltori. La prima chiuderà il 2015 con un rosso di 5 miliardi, la seconda con un buco da 3,7 miliardi.

E le perdite anno su anno cumulate mostrano deficit patrimoniale enormi: 55 miliardi di passivo per gli artigiani e ben 84 miliardi per gli agricoltori.

Divari figli di aliquote contributive basse e trattamenti in gran parte liquidati con il sistema retributivo assai munifico.

Il sistema tenuto in piedi dai giovani

Vista così il castello della previdenza dovrebbe crollare. Sta in piedi, trattandosi di un sistema a ripartizione (cioè i lavoratori in attività versano contributi che pagano pensioni in essere), solo con l’apporto di fatto dei giovani e degli attivi. La gestione dei parasubordinati è una delle poche in attivo (dato che ha molti iscritti e pochi pensionati) e chiuderà il 2015 con un avanzo di 7,2 miliardi. Gli avanzi cumulati negli anni hanno consentito di avere oggi in cassa patrimonio per 104 miliardi. Di fatto quell’attivo patrimoniale più che compensa i deficit delle altre gestioni in crisi strutturale.

Ma il pianeta Inps non è solo pensioni. L’istituto è l’ente erogatore dell’intero Welfare italiano. Oltre alle pensioni paga tutto il capitolo dell’assistenza (pensioni sociali, invalidità etc.)che non ha alle spalle entrate contributive ed è quindi a carico sostanzialmente dello Stato.

Ebbene la quota di trasferimenti dal bilancio dello Stato all’Inps è in crescendo da anni. Nella nota di variazione al preventivo 2015 del Civ dell’istituto la quota di denari che lo Stato verserà è destinata a superare quota 100 miliardi quest’anno. Per l’esattezza 101 miliardi, 5 miliardi in più delle previsioni precedenti.

Erano poco meno di 80 miliardi solo nel 2008 prima dello scoppio della Grande crisi e della recessione che ne è seguita. Il segno della crisi.

Il sole 24 ore – 18 maggio 2015

 

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