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Verrà corretta la riforma Fornero. Pensione anticipata con gli assegni ridotti. Il premier apre alla flessibilità

pensioni-corbis-kvjH--258x258IlSole24Ore-WebIl fuori programma dei rimborsi imposti dalla sentenza della Consulta, con la conseguente impennata della spesa pensionistica di 2 miliardi in corso d’anno, non chiude gli spazi per un intervento di correzione più sistematico sulle regole previdenziali. Lo ha detto ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha rilanciato l’idea di scambio tra maggiore flessibilità con una piccola riduzione dell’assegno Inps: «Le normative del passato sono intervenute in modo troppo rigido» sull’età pensionabile ed «entro la legge di stabilità – ha affermato – andremo a dare un pochino di spazio a chi vorrà avere maggiore libertà e disponibilità», ad esempio «la nonna che si vuole godere il nipotino». Gli schemi d’intervento in campo sono numerosi e tutti, purtroppo, prevedono oneri aggiuntivi da coprire. Dalle parole del premier si può dedurre che un’idea potrebbe essere quella della famosa “uscita flessibile con penalizzazioni”.

Vale a dire la possibilità di consentire il ritiro a partire da 62 anni e tre mesi di età in presenza di un’anzianità minima di 35 anni. In questo caso si potrebbe immaginare che alla pensione venga applicata una riduzione sulla quota calcolata con il sistema retributivo pari al 2% per ogni anno mancante all’età di vecchiaia, un intervento che secondo le ultime simulazioni può far salire la spesa fino a 8,3 miliardi nel 2024.

L’altro cavallo di battaglia è la famosa “quota cento”, o meglio cento e tre mesi o 101 e tre mesi per gli autonomi, dove cento rappresenta la somma di età anagrafica e anzianità contributiva, con la previsione di una maturazione di almeno 35 anni di anzianità contributiva e di almeno 60 anni e tre mesi di età anagrafica (61 e tre mesi per i lavoratori autonomi). Secondo le stime arriverebbe a costare fino a 11,4 miliardi nel 2030. Molto più abbordabile, nel ventaglio delle opzioni di flessibilità tra cui scegliere, c’è poi il cosiddetto “contributivo esteso a tutti”: estendere a tutti i lavoratori la facoltà di opzione per la liquidazione del trattamento pensionistico con il sistema di calcolo interamente contributivo che è oggi prevista in via sperimentale fino alla fine dell’anno per le sole donne. Anche questa uscita flessibile sarebbe a 62 anni e tre mesi di età con 35 anni di contributi. E costa meno: fino a 4,5 miliardi circa nel 2021.

L’intervento più mirato e capace di fare da ponte con il nuovo sistema degli ammortizzatori sociali è poi il famoso “prestito pensionistico” che aveva studiato a suo tempo il ministro Enrico Giovannini: una misura in grado di colmare, a regime, il vuoto temporale che può determinarsi tra la fine degli interventi di sostegno al reddito e il raggiungimento dei requisiti per l’accesso al pensionamento. Come funzionerebbe? Sempre per chi ha 62 anni e tre mesi compiuti e 35 anni di contributi si potrebbe prevedere la possibilità di percepire un assegno temporaneo (700 euro al mese, per esempio) fino alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, con successiva restituzione da parte del pensionato della somma complessivamente percepita con mini-prelievi sulla pensione finale. Qui il costo scende molto. Sono stati stimati oneri totali, per il decennio 2015-2024, fino a 785 milioni di euro.

Si vedrà come si muoverà il Governo anche sulla base della proposta sistematica che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva annunciato entro il mese di giugno come contributo per le scelte finali. Con un occhio, naturalmente, ai costi. Perché se è vero che negli ultimi 5 anni la spesa primaria è cresciuta in termini nominali dell’1,2% l’anno, contro il 4,3% medio del decennio 2000-2009 e nei tendenziali del Def si prevede di mantenere lo stesso profilo di crescita fino al 2019, la spesa previdenziale a legislazione invariata continuerebbe purtroppo a crescere del 2,7% l’anno. (Il Sole 24 Ore)

La vera partita è cambiare la “Fornero”per potersi ritirare prima dal lavoro

Roberto Giovannini. In pochi ci hanno badato; del resto l’attenzione generale era concentrata sulla patata «rovente» del decreto legge sui rimborsi. Ma ieri nella sua conferenza stampa il premier Renzi ha annunciato una cosa importante: una riforma della riforma delle pensioni di Elsa Fornero. Per la precisione, Renzi per la prima volta ha detto di essere intenzionato a rendere aggirabili le rigidissime barriere che oggi obbligano un lavoratore che vuole andare in pensione a dover aspettare (ci sono eccezioni, però) di avere 66 anni e 3 mesi e almeno 20 anni di contributi. Oppure di aver maturato almeno 42 anni e mezzo di contributi (che non sono poca cosa) indipendentemente dall’età anagrafica. A sentire il premier, si potrà perfino andare in pensione a soli 61 anni di età; e per giunta perdendo solo qualche decina di euro al mese sull’assegno previdenziale atteso.

Ieri così a un certo punto Renzi ha raccontato l’apologo della «nonna e del nipotino» per spiegare la sua intenzione di inserire una novità nella prossima Legge di Stabilità e affrontare «la grande questione delle pensioni». «Se una donna a 61, 62 o 63 anni – ha spiegato – vuole andare in pensione due o tre anni prima, rinunciando a 20-30-40 euro, per godersi il nipote anziché dover pagare 600 euro la baby sitter, bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, si possa permettere a questa nonna di andarsi a godere il nipotino. Le normative del passato sono intervenute in modo troppo rigido».

Sarebbe certo un cambiamento notevolissimo. Verrebbe accolto con entusiasmo da tanti cittadini, desiderosi di smettere di lavorare prima del tempo. Dai sindacati, alle prese con situazioni di crisi. Dalle imprese, che potrebbero liberarsi di manodopera «anziana», stanca, e ancora dotata di articolo 18. Si chiuderebbe una volta per sempre anche il delicato problema degli «esodati».

Di sicuro non mancherebbero i consensi in Parlamento: «Le parole del premier Renzi sull’eccesso di rigidità nelle attuali norme pensionistiche, è musica per le nostre orecchie», afferma Cesare Damiano, sinistra Pd «responsabile», presidente della Commissione Lavoro della Camera. D’accordo anche il Nuovo Centrodestra, che con il presidente della «Lavoro» del Senato Maurizio Sacconi però ribadisce il «niet» del suo partito a ogni «progetto di ricalcolo delle pensioni già erogate o prossime a liquidazione». Ovvero, quelli ipotizzati dal presidente dell’Inps Tito Boeri per le «pensioni d’oro» o per quelle erogate con regole molto più vantaggiose di quelle normali.

Si fa però fatica a capire come l’idea di Renzi potrebbe essere attuata senza grandi penalizzazioni per i potenziali pensionati, e allo stesso tempo, senza colpire i conti previdenziali prima e pubblici poi.

C’è una ragione, infatti, se di «flessibilità pensionistica» se ne parla tantissimo da anni, ma si fatica a realizzarla: costa tantissimo. Il premier ha parlato di un taglio della pensione di «20-40 euro» al mese. Ma secondo quanto prevede il progetto di legge Damiano-Baretta (Pd) (che inserisce a partire dai 62 anni di età una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo, e dà un premio per chi ritarda), la «nonna» su una pensione da 1000 euro incassata a 61 anziché a 66 anni dovrebbe perderne almeno 100. E secondo la Ragioneria generale, in ogni caso per lo Stato ci sarebbe un maggior onere di 5 miliardi l’anno. Se il taglio invece fosse proporzionale, o «attuarialmente equivalente» (ovvero, senza far perdere soldi all’Erario) la riduzione dell’assegno per chi vuole andare in pensione prima della data fatidica imposta dalla riforma Fornero sarebbe molto più alto. Avremmo pensionati «giovani» poveri, che resterebbero tali per tanti anni. Come spiega un grande esperto di pensioni come Giuliano Cazzola, «a metà secolo ci saranno più over 80enni che ragazzi con meno di 14 anni».

E c’è un’altra complicazione sulla strada della «pensione flessibile»: la contabilità europea. Anche pareggiando esattamente il maggior costo derivante dalle spese per pensioni anticipare con il risparmio derivante dal taglio degli assegni previdenziali, le regole europee purtroppo sono «ottuse»: considerano sul bilancio dell’anno solo la maggiore spesa generata dalla fuga di massa dei lavoratori verso la pensione. Insomma: magari il premier ha un asso nella manica; ma la strada è davvero strettissima. (La Stampa)

Cambia la Fornero: in pensione prima e uscita a 62 anni

Come sempre Matteo Renzi ha utilizzato una immagine efficace. Far uscire dal lavoro qualche anno prima le nonne per dare una mano ai nipoti.

«Se una donna a 62 anni preferisce stare con il nipotino rinunciando 20-30 euro ma magari risparmiando di baby sitter» – ha spiegato il presidente del consiglio – allora «bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, si possa permettere a questa nonna di andarsi a godere i nipotini».

La sostanza è che Palazzo Chigi si prepara a rivedere le norme della legge Fornero, introducendo quella che tecnicamente si chiama «flessibilità» in uscita. Il dibattito è aperto da tempo, da quando la riforma pensionistica del governo Monti con il repentino innalzamento dell’età di pensionamento a 66 anni e 3 mesi, ha allontanato per tanti lavoratori la prospettiva dell’uscita creando anche il fenomeno degli esodati, persone rimaste senza stipendio e senza ancora la possibilità di incassare l’assegno pensionistico. Sul tavolo del governo ci sono diverse proposte. Anche l’Inps, l’Istituto di previdenza sociale guidato da Tito Boeri, ne sta elaborando una che sarà pronta tra qualche settimana. Ma, stando alle parole di Renzi, una cosa sembrerebbe assodata: l’uscita anticipata potrebbe avvenire a 62 anni. Non è una indicazione casuale.

LE PROPOSTE

In parlamento giacciono diverse proposte di legge, molte delle quali, come quella firmata dal presidente della Commissione lavoro Cesare Damiano e dall’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, prevedono una flessibilità in uscita tra i 62 e i 66 anni. Ovviamente a 66 anni si prenderebbe la pensione piena, mentre per ogni anno di anticipo ci sarebbe un taglio del 2% dell’assegno. Significa che a 62 anni ci si potrebbe ritirare con una pensione più bassa dell’8%. Il problema di questa proposta sono i costi. Secondo gli estensori, il progetto costerebbe solo 4 miliardi di euro sugli 80 miliardi che secondo la Ragioneria generale dello Stato la legge Fornero fa risparmiare con il suo allungamento dell’età. Secondo l’Inps, invece, l’uscita a 62 anni costerebbe 45 miliardi di euro. Ma per il governo la proposta Damiano-Baretta potrebbe essere solo un punto di partenza.

I meccanismi di penalizzazione potrebbero essere diversi. Si agirebbe sulla parte «retributiva» dell’assegno, quella cioè legata non ai contributi versati ma agli ultimi stipendi incassati. In questo modo si andrebbe incontro anche alle sollecitazioni di Boeri. Il presidente dell’Inps da tempo chiede che le pensioni, almeno quelle più elevate, siano calcolate completamente con il metodo contributivo. Questa possibilità, a dire il vero, è prevista anche dalla stessa legge Fornero che, fino alla fine di quest’anno, dà la possibilità alle donne di lasciare in anticipo il lavoro ma accettando un calcolo del loro assegno previdenziale solo sulla base dei contributi versati.

In questo caso il taglio della pensione va dal 25% al 35%, ragion per cui in poche hanno scelto di usufruirne. Questa via, insomma, sarebbe più sostenibile da un punto di vista finanziario, ma poco accattivante per la misura del taglio che l’assegno pensionistico subirebbe. C’è poi una terza ipotesi sul tappeto, alla quale aveva lavorato l’ex ministro del lavoro Enrico Giovannini: il prestito pensionistico. Un meccanismo che prevede di lasciare il lavoro ottenendo un anticipo della pensione da restituire nel tempo a rate. (Il Messaggero)

19 maggio 2015

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