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Busta paga flessibile. Gli aumenti si spostano sugli accordi decentrati

Orari e mansioni Per orari, mansioni e distribuzione ci sarà più spazio per la negoziazione periferica

Un documento di indirizzi quello sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali (Confindustria, Abi, Ania, Alleanza cooperative, Rete Imprese Italia) e dai sindacati Cisl, Uil, Ugl, ma non dalla Cgil Si intitola infatti «Linee programmatiche perla crescita della produttività e della competitività». Dieci pagine con una premessa dove le parti «chiedono al governo e al Parlamento di rendere stabili e certe le misure» per la detassazione del salario di produttività contrattato in azienda (o sul territorio). Qui il documento è dettagliato: l’agevolazione, dicono i firmatari, dovrebbe riguardare «i redditi da lavoro dipendente fino a 4o mila euro lordi annui», con una «imposta, sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali, al 10%» da applicare «fino al limite del 5% della retribuzione». Si tratta quindi di una detassazione maggiore di quella attuale, dove l’aliquota del 1o% si applica su redditi fino a 3o mila euro ed entro un tetto di 2.500 euro. Con la legge di Stabilità il governo ha stanziato 2,15 miliardi per la detassazione del salario di produttività nel triennio 2013-2015, secondo modalità che verranno definite con un decreto applicativo a gennaio. Esaurite le richieste al governo — tra le quali anche il taglio delle tasse su lavoro e imprese —, le parti sociali passano a ridisegnare il sistema contrattuale. Si confermano i due livelli: contratto nazionale e contratto aziendale o territoriale (interessa le piccole imprese). Ma l’intesa punta a spostare gli aumenti salariali verso il secondo livello. Il contratto nazionale di categoria ha «l’obiettivo mirato di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni», ma la dinamica degli aumenti deve essere «coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore». Questo significa che il riferimento attuale all’Ipca (l’inflazione prevista al netto della componente energetica importata) non può funzionare come un automatismo per definire gli aumenti dei minimi di retribuzione, ma che per esempio deve tener conto di situazioni di crisi. Sarà il contratto nazionale a «prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione delle materie e delle modalità che possono incidere sulla crescita della produttività», dagli orari all’organizzazione del lavoro. E sempre il contratto di primo livello potrà (non c’è quindi un obbligo) «definire che una quota degli aumenti» sia spostata su eventuali contratti aziendali o territoriali perla produttività, così da beneficiare della detassazione. Questa quota resterà comunque in capo al contratto nazionale per i lavoratori che non fanno la contrattazione di secondo livello. Per incrementare la produttività la contrattazione aziendale o territoriale, dicono le parti, dovrà esercitarsi «con piena autonomia», anche su materie oggi regolate in tutto o in parte dalla legge, dall’«equivalenza delle mansioni» (possibilità di variarle senza finire davanti al giudice) alla «ridefinizione dei sistemi di orari e della loro distribuzione». L’intesa dà anche corso all’applicazione dell’accordo del 28 giugno 2011 sulla rappresentanza (ma questa parte vincola solo la Confindustria e i sindacati). Entro il 31 dicembre arriverà il regolamento per la misurazione e la certificazione degli iscritti ai sindacati e le nuove regole per le elezioni delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). Le regole dovranno anche prevedere clausole di tregua sindacale e sanzioni per chi non rispetta le intese. Infine le parti chiedono al governo la legge delega sulla partecipazione e un confronto sui percorsi di uscita per i lavoratori anziani.

Enrico Marro – Corriere della Sera – 20 novembre 2012

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