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Fa attività fisica in malattia, ma non può essere licenziato

Il recesso non è giustificato quando l’attività svolta in tale periodo non pregiudica e non ritarda realmente la guarigione e il rientro in servizio. In tal modo, il dipendente non viola i doveri generali di correttezza e buona fede. Con la sentenza 21938/12, la Cassazione ha chiarito i criteri per valutare la buona fede del dipendente nello svolgimento di attività extralavorative durante il periodo di malattia.

Nei sedici giorni di malattia il lavoratore non si dedica al riposo totale: è licenziato. La Corte d’Appello, su ricorso del dipendente, dopo che il Tribunale aveva confermato il licenziamento, ordina la reintegrazione nel posto di lavoro e condanna il datore al risarcimento del danno. L’azienda aveva posto in capo al dipendente il seguente addebito disciplinare: essere venuto meno ai doveri di buona fede e correttezza, svolgendo attività con rilevante impegno fisico durante il periodo di malattia. Per i giudici di merito, tale comportamento non poteva considerarsi un grave inadempimento atto a giustificare il licenziamento. Il datore di lavoro, che già si era dato da fare incaricando un investigatore privato di pedinare il dipendente durante la malattia, ricorre in Cassazione. Si lamenta dell’operato dei giudici d’appello, per la parziale ed errata valutazione del rapporto investigativo quale fonte di prova; per insufficiente motivazione circa la compatibilità tra attività svolta e malattia e circa il nesso di causalità tra attività svolta ed effetti collaterali delle cure. Inoltre lamenta la mancata valutazione della violazione degli obblighi legali e contrattuali di buona fede e correttezza. Attività edili solo per 3 giorni sul suo fondo. Questo è quanto riscontrato dal rapporto investigativo. Il giudice di merito, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, lo ha ben preso in considerazione, ed ha giustamente esercitato il proprio potere valutativo circa la sua rilevanza. Per costante orientamento di legittimità, «la valutazione dell’attività lavorativa svolta dal dipendente nei periodi di assenza dal lavoro per malattia non può che essere valutata ex ante in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte dal medesimo lavoratore, al fine di accertare se la stessa possa pregiudicare o ritardare la sua guarigione, in modo da potersi escludere ogni sorta di dubbio sulla eventualità di una preordinata simulazione dello stato patologico». I giudici di merito che devono valutare il comportamento del lavoratore, devono verificare che non sia lesivo dell’interesse del datore all’effettiva esecuzione della prestazione di lavoro. Nel caso particolare hanno escluso tale possibile lesione con un’accurata valutazione del materiale probatorio. Dal verbale investigativo, dalla deposizione del medico della ASL che aveva avuto in cura il lavoratore, nonché dalla sua stessa deposizione, è stato correttamente dedotto che con le attività svolte non era stato messo in pericolo l’equilibrio fisico del dipendente, che era rientrato tempestivamente in servizio. Infatti, solo a rientro avvenuto si era manifestata un’intossicazione farmacologica, «per cui era da escludere qualsiasi ipotesi di mala fede nel comportamento tenuto dal lavoratore».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it – 28 febbraio 2013

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