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Cena a casa del “cuoco”. La rivolta dei ristoratori. Gli home restaurant finiscono nel mirino dei commercianti: non hanno regole. Prove di dialogo

Beppe Minello. Internet sta rivoluzionando anche il mondo della ristorazione. Un po’ come sta accadendo con i taxisti alla guerra con Uber e i suoi cloni. Be’, i ristoratori torinesi, raccolti sotto le rispettive associazioni di categoria di Ascom e Confesercenti, hanno scelto, a differenza dei taxisti, di dialogare con la piattaforma leader in Italia dell’home-restaurant, evocativamente chiamata Gnammo e uscita dal matrimonio di due società, la prima nata nell’incubatore del Politecnico, l’altra a Bari. Ieri, nella sede neutrale della Camera di Commercio, i due contendenti hanno stretto un accordo.

Ristoratori classici e ristoratori via Web si siederanno attorno a un tavolo per trovare regole comuni. Perché a far perdere la pazienza ai ristoratori (un mondo che in Italia fattura qualcosa come 72-73 miliardi l’anno) è la «concorrenza sleale» di chi cucina in casa e, a pagamento, accoglie un certo numero di commensali. Il tutto senza controlli sanitari e, a loro dire, senza oneri fiscali. Due realtà, ristoratori 2.0 e clienti, messe in contato dal Web grazie all’intermediazione di piattaforme come «Gnammo» che, per la verità, controlla i cuochi che si propongono e, soprattutto, controlla che le promesse e gli impegni presi vengano mantenuti. Il loro guadagno sta in una percentuale pari al 12% del conto, «dal quale togliere il 3% di commissioni perPayPal», dice Gian Luca Ranno uno dei soci di Gnammo. Con lui c’era Cristiano Rigon che ha un po’ ridimensionato il fenomeno: «In Italia studi parlano di 7 mila cuochi in casa con un giro d’affari di 7 milioni di euro. Sono cifre esagerate. Noi rappresentiamo il 50% del mercato e appena 8 mila persone si sono sedute a tavola con noi: uno solo dei vostri ristoranti non riuscirebbe a vivere». Dati per sostenere che sotto un certo numero di cene è assurdo pretendere regole: «Che differenza c’è fra la cene di Natale che, presto, verranno organizzate un po’ ovunque tra amici dove, magari, a qualcuno vien chiesto un contributo spese per lo Champagne?». Papini e Griffa per Confesercenti e Vergnano per Ascom hanno tenuto il punto ricordando tutti gli obblighi di legge dei ristoratori e soprattutto la tutela della salute pubblica, pochi o tanti, amici o sconosciuti che siano i commensali. Da qui l’appuntamento attorno a un tavolo per trovare regole condivise.

La Stampa – 28 novembre 2015 

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