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Cighiali, caccia in città. Polemiche sulla norma che permette safari urbani. Si potrà sparare anche nei parchi e per strada. Serve l’autorizzazione da parte della Regione ma così la nostra sicurezza è a rischio

Flavia Perina. la Stampa. La prima manovra economica del governo della destra esce finalmente dall’ombra della Commissione ed entra in Parlamento. Sarà ricordata come la manovra degli annunci usa-e-getta sul Pos, sul condono penale agli evasori, su Opzione Donna, sul reddito di cittadinanza a scadenza otto mesi, anzi sette, e solo dopo il rifiuto di un lavoro congruo, anzi no, si perderà l’assegno anche se si declina un lavoro non congruo. Così confusa nella sua gestione da autorizzare il dubbio di un caos deliberato, per avvolgere in una grande cortina fumogena provvedimenti modesti e anche un po’ di mancanza di coraggio, visto che sulle “cose serie” (gas e bollette) la maggioranza si è mossa in perfetta coerenza con Mario Draghi, preferendo rinviare a tempi futuri la discontinuità in nome della quale ha fatto opposizione e ha vinto le elezioni.
E’ stato un bene. Ma sul resto, che spettacolo! Che grande show! Fino all’ultimo, fino al last minute della norma anti-cinghiali, infilata a tarda notte nel testo, che di sicuro piacerà ai cacciatori ma alimenta considerazioni tristi sulla distanza tra il dire e il fare, sul proclamare e l’agire, e sul mare che divide le Battaglie con la maiuscola di cui la destra si è fatta a lungo alfiere dal cabotaggio quotidiano degli interessi di settore, sottosettore, micro-categoria.
Ora che il vecchio catalogo dei grandi nemici è praticamente inservibile – sono al governo, non possono più sparare sull’Europa, sulle banche, sui poteri forti, sull’egemonia culturale della sinistra, sul capitalismo mondialista – si ripiega su nemici più piccoli: orsi, lupi, cinghiali, volpi, al limite pure faine e scoiattoli che, si sa, ammazzano le galline e rubano le nocciole. L’emendamento approvato in zona Cesarini, quando il dibattito in Commissione sembrava già concluso, consente alle Regioni di regolare a proprio piacimento la gestione e il contenimento della fauna selvatica “mediante abbattimento e cattura” anche nelle aree urbane, anche nei Parchi protetti, anche nei giorni di silenzio venatorio, anche utilizzando privati cacciatori.
I Verdi, da una prospettiva animalista, contestano la novità annunciando ricorsi alla Corte Europea perché violerebbe la legge nazionale sulla caccia, che recepisce una normativa comunitaria. Ma non c’è solo quella prospettiva. C’è anche il punto di vista di molti cittadini sconcertati dall’idea di vedere i cacciatori scorrazzare per il Parco dell’Insugherata, a Villa Pamphili, sull’Appia Antica o a Monte Mario, imbracciando legittimamente le loro doppiette e usandole in luoghi dove si va a correre, a fare picnic, o semplicemente a respirare, e di sicuro fa più paura l’aggirarsi di un uomo armato che l’incontro con una volpe.
Abito in una zona di Roma dove i cinghiali si vedono ogni giorno. Qualche anno fa fece scalpore la notizia di un automobilista che ne uccise uno dal finestrino dell’automobile, con un colpo di pistola (poi scappò: non si è mai scoperto chi fosse). I residenti corsero in Municipio, giustamente preoccupati: mica è il modo. Quel proiettile poteva rimbalzare, ferire chiunque. Adesso non solo la caccia cittadina è virtualmente aperta, ma il cinghiale ammazzato sotto casa si potrà pure mangiare: nella versione finale dell’emendamento, è ammesso il consumo alimentare della preda dopo opportuna analisi igienico-sanitaria, ed è facile immaginare l’impulso ai safari urbani che sarà dato dalle foto social dei banchetti e dall’esibizionismo dei nuovi scorridori della savana metropolitana.
Ma molti italiani, direi la maggior parte, non ritengono ammodo neanche braccare animali in ogni stagione, anche durante i mesi in cui l’attività venatoria è vietata, nei grandi parchi nazionali che sono il vero polmone di quel che resta della nostra wildness, il più potente simbolo di libertà che possediamo: immense aree protette, dove l’uomo è costretto a ricordare di essere piccolo e sovrastato da storie ed energie assai più potenti di lui, comprese quelle della fauna che vive, si riproduce, muore secondo i ritmi ancestrali del creato.
Sappiamo che la Lega è da tempo ossessionata dalla liberalizzazione della caccia e dal trasferimento della sua regolazione dallo Stato nazionale ai poteri regionali. Sappiamo che alla cultura leghista piace tantissimo l’idea della ronda, una volta contro gli immigrati e adesso contro i lupi e gli orsi. Conosciamo le ricadute pratiche dell’ideologia del “padroni a casa nostra”, a cominciare dal rifiuto di ogni dimensione sovra-locale, di ogni interesse più largo di quello della propria città, del proprio paese, del proprio borgo, della propria individuale prospettiva. Ma la destra meloniana? La destra patriottica che solo pochi giorni fa si presentava alla festa del suo decennale citando, ancora una volta, l’opera di J.R.Tolkien, massimo apologeta dei diritti della natura contro il crudele esercizio dell’onnipotenza umana? La destra innamorata di Roger Scruton, il filosofo che definì l’ambientalismo “la quintessenza della causa conservatrice”, l’esempio più vivo nel mondo del “partenariato fra i morti, tra i vivi e i non ancora nati”? Qui davvero la parola coerenza entra in gioco e suggerisce: se davvero ci credete, siete ancora in tempo. Salvate i Parchi, salvate gli orsi, salvate le volpi. E ai cinghiali in città ci pensi la Forestale, non i cacciatori della domenica. —

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