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Consumi di carne giù del 30%. Macellazioni ridotte del 4,5% per il settore dei bovini e del 15,8% per i suini. Export di prosciutti in calo del 20% da aprile

Luigi Scordamaglia (Inalca): «Prioritario gestire l’eccesso di offerta in Europa»

Per tutti, i maggiori consumi domestici non hanno compensato, soprattutto in termini di valore, il crollo delle vendite fuori casa ovvero di ristoranti, hotel e catering. È il caso del settore della zootecnia made in Italy (comparto che conta per la sola industria della carne bovina su un fatturato di circa 6 miliardi di euro) che ha registrato un crollo dei consumi del 30% circa e che si trova ora a dover fronteggiare una condizione di eccesso di offerta in tutti gli stadi della filiera.

In particolare difficoltà il segmento delle carni di vitello (500mila i capi allevati in Italia, di cui oltre un terzo in Lombardia), destinato in prevalenza ai circuiti della ristorazione e alberghiero.

A lanciare un vero e proprio allarme nei giorni scorsi è stata l’Organizzazione interprofessionale della carne bovina-Oicb, a cui aderiscono Assalzoo, Assograssi, Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri, Fiesa-Confesercenti e Uniceb.

L’Oicb ha espresso soddisfazione per le misure varate dal Governo nell’ambito del fondo emergenziale che, tra premi alla macellazione e aiuti all’ammasso privato, ha riservato al settore una fiche finanziaria di 35 milioni di euro. Ma le condizioni restano critiche, sia sul mercato interno sia cross-border. «Occorre puntare su export e promozione, favorire il dialogo con la grande distribuzione organizzata – hanno scritto gli operatori riuniti in Oicb – e serve l’adozione di un piano di sostegno strutturale di rilancio e valorizzazione del settore delle carni bovine italiane».

La priorità è ora quella di gestire l’eccesso di offerta, dovuto anche a una rinnovata pressione dei principali competitor europei come Francia, Spagna, Germania e Polonia anche loro alle prese con giacenze da smaltire. Il riflesso immediato è la flessione dei prezzi. Giorni fa alla Borsa merci di Modena le quotazioni delle carni di vitello di prima qualità (mezzene) superavano a malapena la soglia dei 5 euro al chilo contro i 6,5 euro di 12 mesi fa (con un calo del 21%).

Una prima strada già imboccata è quella della riduzione delle macellazioni: secondo i dati Istat nei primi cinque mesi dell’anno si è registrato un calo del 4,5% nel settore delle carni bovine e del 15,8% in quello dei suini.

Numeri che hanno già portato la Commissione Ue a stimare per l’intera annata 2020 un calo della produzione di carni bovine dell’1,7% e dei consumi del 2,7%.

L’export Ue dovrebbe invece aumentare di circa 2 punti percentuali – stima Bruxelles – mentre le importazioni a livello dei Ventisette dovrebbero subire una contrazione del 7%, grazie anche a una minore pressione alle frontiere Ue di carni bovine provenuti dall’area Mercosur.

«La priorità è gestire l’eccesso di offerta in Europa – spiega l’ad di Inalca (2,1 miliardi di euro di giro d’affari) nonché consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia – perché la parziale ripresa dei consumi in Cina consentirà di assorbire una buona parte dell’offerta di player come il Sudamerica e l’Australia. Il problema quindi è soprattutto in Europa dove per giunta scontiamo le misure inefficienti adottate dalla Commissione come l’ammasso privato rimasto in larga parte inutilizzato. Misure deboli e completamente vanificate dalla stessa Commissione che con il primo vicepresidente Frans Timmermans alla presentazione del Green New Deal si è augurata che presto ci possano essere carni e latte senza stalle. Ricordo alla Commissione che gli allevamenti italiani producono un quinto delle emissioni per chilo di carne ai nostri competitor Sudamericani e che pertanto sono perfettamente in linea con gli obiettivi del Green New Deal. Se la Commissione ci vuole davvero sostenere eviti di diffondere fake news come questa che rischiano per giunta solo di favorire poche multinazionali della chimica e delle produzioni studiate in laboratorio».

Va detto inoltre che nel corso del lockdown il settore delle carni bovine alla pari di altri comparti dell’alimentare fresco (come l’ortofrutta) e a differenza di segmenti come il vino non ha potuto neanche contare sui paracadute dell’e-commerce e del delivery che se non hanno certo compensato le perdite tuttavia in qualche caso hanno consentito di recuperare terreno, rispetto ad altri paesi, sul fronte delle vendite on line che di certo rivestiranno una sempre maggiore importanza in futuro.

«Il nostro paese soprattutto dal punto di vista logistico, ha aggiunto Scordamaglia – non è ancora attrezzato per garantire le spedizioni di un prodotto deperibile come la carne. Ma nel corso del lockdown anche nel nostro settore si sono affermati canali nuovi. Come i drive in o i drive park messi in piedi da alcune insegne della grande distribuzione internazionale. Luoghi nei quali il consumatore una volta comunicato il proprio arrivo ordina attraverso una app e viene servito in tempo reale. Questi strumenti e canali innovativi hanno portato le catene che li hanno adottati a un incremento delle vendite di carne tra il 10 e il 15 per cento».

Export di prosciutti in calo del 20% da aprile. Anche i consumi interni con la chiusura di ristoranti e bar sono scesi del 25%

Al di là delle difficoltà legate alla fase più acuta dell’emergenza Covid anche la ripartenza non è stata facile. «Le aziende hanno continuato a lavorare e questo è stato un dato positivo – aggiunge Calderone – tuttavia la ripartenza della ristorazione sta avvenendo in modo molto lento e intanto stanno peggiorando i conti con l’estero».

Secondo i dati di Assica dopo un primo trimestre 2020 nel corso del quale le esportazioni avevano mostrato un trend positivo «a partire da aprile e maggio abbiamo registrato un crollo delle spedizioni di circa il 20% che se dovesse continuare porterà a fine anno a un calo del fatturato del settore del 10% circa». Sul calo delle esportazioni un ruolo non secondario l’hanno giocato anche i dazi Usa del 25% che hanno colpito salami e mortadelle made in Italy. «Prodotti che non sono ancora esportati in grandi volumi – aggiunge Calderone – ma che stavano registrando buone performance di crescita». A registrare difficoltà nelle filiere locali, ad esempio, è Confagricoltura Cuneo, provincia che cuba il 70% dell’allevamento dei suini dell’intero Piemonte: «Il prezzo a cui gli allevatori sono costretti a vendere i propri capi è ancora inferiore al costo di produzione – sottolinea il presidente della sezione suinicola Roberto Barge – ci auguriamo che l’etichettatura il prodotto nazionale venga premiato dal consumatore». In questa situazione gli aiuti da parte del Governo non sono mancati. «Positivo è stato il primo bando per l’ammasso dei prosciutti stagionati che per la prima volta sono stati inclusi tra gli aiuti agli indigenti – dice ancora il direttore di Assica -. Adesso attendiamo il secondo bando che oltre ad avere una dotazione finanziaria superiore ci auguriamo venga esteso anche ad altri salumi».

Insomma in un quadro che già registrava le difficoltà legate alla peste suina africana e poi quelle che sono legate all’emergenza Covid non sono state una panacea neanche le nuove norme sull’indicazione obbligatoria della materia prima in etichetta. «Gli obiettivi di trasparenza e di corretta informazione al consumatore non sono in discussione – conclude Calderone -. Mi limito a osservare che in un quadro complesso come quello che stiamo vivendo prevedere nuovi obblighi lasciando molti dubbi interpretativi su come e dove indicare le nuove informazioni in etichetta, sui tempi di smaltimento delle vecchie indicazioni stanno mettendo in difficoltà anche le aziende che da tempo e su base volontaria avevano scelto di utilizzare solo materia prima made in Italy. Davvero non se ne sentiva il bisogno».

Il Sole 24 Ore

Giorgio dell’Orefice

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