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Contraffazione. La “Guerra del Gorgonzola” in tribunale, il consorzio batte il Comune

Una sentenza ha ordinato il ritiro dal commercio di un prodotto considerato una contraffazione del famoso formaggio D.O.P. e diffuso, ironia della sorte, proprio nell’omonimo paese lombardo

Niente gorgonzola a Gorgonzola. Questo terribile gioco di parole segna il punto d’arrivo di una vicenda con protagonista il saporitissimo formaggio così amato dagli italiani (tanto da rappresentare il 10% della produzione e il 6% dei consumi nazionali nel settore, posizionandosi praticamente dietro solo a Parmigiano Reggiano e Grana Padano con un giro d’affari di circa 500 milioni di euro) che dai caseifici si è spostata alle aule di tribunale in un misto di campanilismo,tutela dei prodotti di qualità e aspetti burocratici forse non sempre comprensibili a chi frequenta i supermercati.

Il Consorzio per la Tutela del formaggio Gorgonzola, ente che dal 1970 vigila sulla produzione e il commercio di questa specialità tricolore, ha infatti reso noto di aver ottenuto dal Tribunale di Milano la condanna del Comune di Gorgonzola e della azienda agricola “Caterina”, colpevoli di aver commercializzato col nome “Stracchino di Gorgonzola” un prodotto che si fregiava anche del marchio De.Co. (Denominazione Comunale). L’azione legale era stata intentata nel 2010 in quanto il Consorzio considerava tale specialità casearia una contraffazione del Gorgonzola D.O.P., per la cui creazione occorre rispettare un particolareggiato disciplinare: una situazione che, unita alla particolare denominazione (il celebre formaggio erborinato era conosciuto in passato proprio come “Stracchino di Gorgonzola”) poteva trarre in inganno il consumatore.

Il Consorzio afferma di aver agito proprio per tutelare i potenziali acquirenti e questo nonostante si tratti in realtà di un diverso tipo di formaggio realmente riconducibile alla tradizione casearia del paese in provincia di Milano, dove peraltro il 14 e 15 settembre si svolgerà la sagra nazionale del Gorgonzola. Rimane il dubbio se si tratti dell’effettivo riconoscimento di un diritto o di un eccesso di zelo, ma una cosa è certa: l’azienda produttrice (condannata anche al pagamento delle spese processuali) dovrà ora ritirare il prodotto “incriminato” dal commercio.

Il Fatto quotidiano – 4 settembre 2013 

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