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Contratti Pa, la dote sale a 900 milioni. Ma si lavora ancora. Ne servono 700 per sanità ed enti territoriali

contratti cosiSul rinnovo del contratto per i dipendenti pubblici la nuova dote da mettere in manovra si attesta a 600 milioni, da aggiungere ai 300 milioni stanziati dall’ultima legge di stabilità, ma i tecnici del governo sono ancora al lavoro per cercare di rinvigorire un po’ gli stanziamenti sul 2018-19. Ogni euro in più si trasmette anche a sanità ed enti territoriali che devono trovare le risorse nei loro bilanci, in una partita che quindi arriva a valere intorno agli 1,6 miliardi. I fondi dovrebbero servire anche a recuperare in qualche modo l’arretrato, magari sotto forma di erogazione una tantum su cui serve però ovviamente l’accordo con i sindacati. Si stabilizzano i numeri sul pubblico impiego all’interno della legge di Bilancio che sarà approvata sabato sera dal Consiglio dei ministri, e che potrebbe ospitare anche interventi selettivi per allargare il turn over in alcuni settori della pubblica amministrazione, a partire dalle forze dell’ordine.

L’architettura per far ripartire davvero i contratti del pubblico impiego poggia in realtà su due pilastri. I fondi sono solo l’aspetto più visibile del confronto, e per superare le polemiche il Governo punta a rendere evidente l’impegno a un aumento progressivo delle risorse nel tempo; anche perché le obiezioni dei sindacati a un finanziamento che tra somme vecchie e nuove non arriva al miliardo sono praticamente scontate. Al conto, però, bisogna aggiungere una cifra quasi equivalente per gli enti territoriali, che nel caso della sanità complica ulteriormente i conti sul fondo nazionale. Sugli arretrati le ipotesi parlano di copertura una tantum , ma prima di tutto occorrerà mettersi d’accordo sulla data da cui far partire i conti: il triennio contrattuale inizia dal 1° gennaio scorso, ma la sentenza 178/2015 della Consulta che ha imposto lo sblocco è stata pubblicata il 30 luglio 2015, e giusto ieri è arrivata dal Tribunale di Vercelli una nuova sentenza che dando ragione a un ricorso del sindacato Confsal-Unsa ha ribadito che l’obbligo scatta dal 31 luglio dello scorso anno.

La questione si accompagna a un tentativo di accordo ponte sulle regole per distribuire i premi di produttività, che rappresentano un ostacolo ancora più complicato per le trattative. Il problema è rappresentato dalle griglie rigide (e mai attuate) della legge Brunetta, che impongono di destinare ai premi di produttività la «quota prevalente» del salario accessorio e di dividere i dipendenti pubblici nelle famose tre fasce di merito, escludendo da qualsiasi premio il 25% di loro (si veda Il Sole 24 Ore del 10 ottobre).

L’idea di intervenire già in manovra con un antipasto della riforma perde quota, anche perché le nuove regole della legge di Bilancio hanno reso più rigido il divieto di inserire norme ordinamentali, e resta da capire se qualche spazio in più si potrà aprire con il maxiemendamento. La sede per risolvere il problema resta dunque il decreto attuativo della riforma Madia, e che tuttavia non arriverà al traguardo dell’approvazione finale prima di luglio. Per evitare di prolungare lo stallo, nelle prossime settimane potrebbe arrivare una convocazione per tentare appunto una sorta di accordo ponte, da accogliere poi nel nuovo testo unico.Una base di lavoro c’è già, e prevede l’obbligo di concentrare la metà dei premi sul 25% del personale, la possibilità per la contrattazione di ampliare al 35% questa fascia di “eccellenza”, il tutto senza pre-fissare la quota di personale destinata ad essere esclusa.

La quadratura del cerchio non è però un affare semplice, perché deve tenere insieme l’esigenza di garantire la selettività con quella di non bloccare la macchina. Anche in questo caso, il problema delle regole e quello dei soldi si intrecciano: una fetta importante dei fondi accessori serve infatti oggi a finanziare indennità “organizzative”, legate a turni, festività, disagio e così via, e in molti casi l’obbligo di dirottare sui premi la «quota prevalente» rischia di prosciugare le altre voci.

Sarà sempre il testo unico del pubblico impiego a dover affrontare in modo strutturale la questione del turn over, che secondo la delega andrà articolato sulla base dei fabbisogni abbandonando il vecchio sistema degli organici; in manovra il tema potrebbe incontrare solo ritocchi settoriali sulle attività di «front office» della Pa.

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 13 ottobre 2016 

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