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Controlli mirati per i dipendenti pubblici assenti dal lavoro. Il sociologo: “Non sarà una legge a risolvere il problema. Le verifiche devono farle i dirigenti”

Roma, ex Censis: “La furbizia è uno dei mali che impedisce la crescita del Paese. E avere a che fare con questa burocrazia è un rischio troppo alto per gli investitori”. Non è con un passaggio dei controlli dalle Asl all’Inps che si possono cambiare le abitudini dei dipendenti pubblici troppo furbi, sostiene Giuseppe Roma, sociologo, ex direttore generale del Censis, e ora segretario generale dell’Associazione per le città italiane Rur, Rete Urbana delle Rappresentanze che anche su questo tema sta per presentare un lavoro nelle prossime settimane.

Nella Pubblica amministrazione stanno per arrivare verifiche più efficaci contro chi vuole fare il furbo e darsi ad esempio per malato quando dovrebbe essere al lavoro. Non saranno più le Asl a occuparsene ma l’Inps con la sua banca dati in grado di permettere controlli mirati.

«Quello dei furbetti nella Pubblica amministrazione italiana è un fenomeno così dilagante e radicato da rendere davvero difficile pensare di poterlo risolvere solo con un maggiore controllo da parte di un soggetto esterno. Non credo che trasferire il controllo dalle Asl all’Inps sia risolutivo rispetto al problema».

Come si dovrebbe intervenire?

«La responsabilità dei controlli spetta innanzitutto ai dirigenti interni. Il dirigente deve essere in grado di far lavorare i propri dipendenti. Se non ci riesce è lui a non aver svolto bene il suo ruolo e quindi è il primo a dover andare via».

Spesso assistiamo invece a generosi premi per i dirigenti di aziende in condizioni di totale dissesto.

«Il primo motore di un vero cambiamento nella cultura dei dipendenti pubblici sono i dirigenti. Hanno grandi responsabilità nel favorire la diffusione dei furbi ma dovrebbero avere anche maggiori poteri di rimuovere, spostare, punire i dipendenti che non lavorano. Il secondo motore di un vero cambiamento, però, è il sistema di reclutamento dei dipendenti della macchina pubblica. In molti casi i dirigenti sono costretti ad avere alle loro dipendenze persone raccomandate che si comportano da raccomandate e quindi , per esempio, si rifiutano di fare i turni di notte o durante i giorni di festa. Oppure ricorrono ad ogni altro strumento pur di non lavorare quando dovrebbero».

Il risultato è in molti casi un’inefficienza del sistema pubblico sempre più difficile da tollerare da parte dei cittadini italiani.

«Sarebbe necessario ritrovare una spina morale tra i dipendenti pubblici perché sono pagati per lavorare bene e perché i cittadini non ne possono più. C’è troppa distanza tra le esigenze da soddisfare e quelle che effettivamente vengono soddisfatte. La tendenza alla furbizia per il proprio tornaconto è un male che sta impedendo all’Italia di crescere».

Eppure un tempo i furbi erano la risorsa dell’Italia.

«Con la furbizia si può sopravvivere ma poi ci troviamo di fronte ai dati sulla crescita che ci ricordano che l’Italia cresce la metà degli altri Paesi dell’Ue. I furbi sono il motivo per cui il nostro Paese non è più in grado di attirare investimenti stranieri. La stagnazione della burocrazia è un rischio troppo alto da affrontare, un costo che rende il Paese non competitivo rispetto a altri mercati. Per chi ha attività all’estero è incomprensibile dover avere a che fare con le lungaggini e le inefficienze del sistema pubblico italiano. La pubblica amministrazione che dovrebbe avere solo la funzione di permettere lo svolgimento dei lavori ha ormai un potere di impedire che le attività vengano realizzate. Questo non ci permette di riprendere il dinamismo imprenditoriale e economico di cui il Paese avrebbe bisogno per ricominciare a crescere».

La Stampa – 6 febbraio 2017 

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