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Così i giovani medici scappano dai reparti più difficili. I dati definitivi sulle scuole di specializzazione: tante le borse non assegnate

Il Sole 24 Ore. «Ci sono neo laureati in medicina che piuttosto che fare la specializzazione guadagnando 1300 euro al mese preferiscono diventare subito medici a gettone guadagnando lo stesso con soli 2-3 turni in pronto soccorso»: Giammaria Liuzzi è responsabile giovani di Anaao Assomed, la principale sigla degli ospedalieri. E come voce dei giovani medici ha di fronte agli occhi i paradossi della Sanità pubblica italiana che è in cerca disperatamente di camici bianchi ma rischia di non trovarne nei prossimi anni anche se sono state aumentate di molto le borse per specializzarsi (sono ormai 15mila l’anno).

Se si vedono i numeri dell’ultimo bando per le scuole di specializzazione nelle varie branche si scopre che per alcune specializzazioni nonostante ci siano i posti a disposizione molte borse vanno deserte. Dal monitoraggio di Anaao giovani che fotografa ateneo per ateneo la chiusura dei bandi proprio in questi giorni emerge infatti come la fuga dagli ospedali e soprattutto dai reparti più stressanti e più penalizzati cominci subito dopo la laurea. In cima alle destinazioni meno gettonate ci sono ovviamente i pronto soccorso: oltre la metà delle borse bandite per specializzarsi in medicina d’urgenza (537 su 886) non sono state assegnate. Tra l’altro a pesare sulle scelte dei giovani camici bianchi c’è anche l’effetto Covid con reparti come le terapie intensive – al centro delle cronache nei due anni di pandemia – che sono sempre meno attrattive (1248 borse bandite e 279 non assegnate). In proporzione la fuga più grande si registra in microbiologia e virologia con ben 113 borse non assegnate su 131 bandite. Non bene anche malattie infettive (98 borse non assegnate su 327).

Il problema per Liuzzi è legato anche alla mancata riforma del percorso formativo: «Siamo l’unico Paese dove non ci sono contratti di lavoro formazione, qui gli specializzandi che lavorano tutti i giorni in corsia sono trattati come studenti. E poi alcune specialità come il pronto soccorso sarebbe necessario riconoscerle come lavoro usurante oltre a prevedere indennità ad hoc e più flessibilità nell’impiego».

Che il malessere sia comunque generalizzato a tutti i camici bianchi lo dimostra la mobilitazione lo scorso 15 dicembre di tutti i medici che poi sono stati ricevuti il giorno dopo dal ministro della Salute Schillaci con la promessa di aprire un tavolo sui nodi del personale. «Abbiamo un contratto già scaduto e non attuato, 5 milioni di giorni di ferie non usufruite, 10 milioni di ore di straordinario non retribuite». Questo, spiega il segretario nazionale dell’Anaao, Pierino Di Silverio, rende i medici «stanchi, arrabbiati, disillusi. E ogni giorno così sette di loro lasciano il servizio pubblico. Dobbiamo arrestare subito l’emorragia ma servono investimenti che non si vedono in finanziaria».

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