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Così il “semaforo” al supermarket punisce il cibo made in Italy. Proteste per l’iniziativa della Gran Bretagna

Marco Zatterin. Sono tre colori, gli stessi del semaforo. Secondo la tabella stilata dalle autorità britanniche, il rosso denuncia la pericolosità d’un genere alimentare rispetto ai buoni auspici d’una dieta bilanciata, il giallo avverte che ci può essere un problema, il verde certifica l’assenza di conseguenze. Una buona mossa?

Solo sulla carta, dicono in tanti, soprattutto nei Paesi del Club Med. A ben leggere le etichette dei prodotti che affollano gli scaffali dei supermercati delle città inglesi, si scopre che il Reggiano è una potenziale minaccia per la salute, mentre certe bibite gassate risultano compatibili con un regime perfetto. Per farla breve, il grana padano è «rosso», la Red Bull è «verde». «Non ci siamo – protesta Paolo De Castro, guida della Commissione agricoltura dell’Europarlamento -. E’ un sistema sbagliato: non serve a garantire la salute, e rischia di metter fuori gioco una buona parte dell’industria alimentare italiana e europea».

Il Regno Unito ha un grave problema di stazza. Il governo spende ogni anno oltre 5 miliardi di sterline per trattare malattie legate al peso eccessivo dei cittadini (il 25% è classificato come «obeso»). «Siamo i ciccioni d’Europa», ha scritto il Daily Telegraph, tanto che gli amministratori locali dell’isola hanno anche pensato di sospendere i benefici sociali a chi è troppo oltre il peso forma, ma la cosa per ora non è passata. E’ stata invece adottata in giugno la raccomandazione che invita distributori e supermercati ad apporre volontariamente su ogni confezione un codice a semaforo che segnali la quantità contenuta di grassi, zucchero e sale. L’obiettivo è avvisare i consumatori dei rischi e salvar loro la vita. Cosa che, dicono i paladini del mangiar latino, fatta così non funziona proprio.

Londra ha già cercato di infilare i suoi semafori alimentari nel regolamento sulle etichettature varato dall’Ue nel 2011 che entrerà in vigore da gennaio. Respinta con perdite dal fronte mediterraneo e non solo, non s’è accontentata delle indicazioni numeriche sulle confezioni. Quattro mesi fa ha deciso di agire da sola e il Dipartimento della Salute ha proposto di aggiungere la triplice colorazione allo schema per le linee guida per il fabbisogno alimentare giornaliero. Così, era l’auspicio, il consumatore avrebbe potuto capire al volo le proprietà dei cibi.

Si è pertanto stabilito che se ci sono oltre 17,5 grammi di grassi ogni cento, il semaforo è rosso, il che vale per il sale oltre 1,5 grammi, e lo zucchero qualora si passino i 22,5, disegnando così categorie tabù in cui finiscono tutti i formaggi, salumi, dolci, sughi, tortellini, biscotti, per non parlare di culatello, Nutella e jamon iberico. Posto che i distributori inglesi assicurano che il 40% dei consumatori non acquista articoli col marchio scarlatto dell’infamia nutrizionale, ecco che il sistema si inceppa. Perché se ne trae che la Pepsi a zero calorie, che sostituisce lo zucchero con dolcificanti, è più salutare del latte. E che pure la sogliola, alla quale tocca l’arancione, non è una garanzia di linea. Il governo Letta ha scritto alla Commissione Ue per protestare. Federalimentare e Confagricoltura si sono fatte capofila di un’azione di condanna. «E’ fuorviante», dicono, «si occupa dei singoli prodotti senza considerare come essi si combinano in una dieta bilanciata, che poi è ciò che veramente conta». Certo, se mangi un chilo di parmigiano puoi avere dei problemi, ma un tocchetto al giorno è salutare. Insomma, «è un eccesso di semplificazione» che mette a rischio i 2,3 miliardi di export alimentare italiano verso il Regno Unito.

De Castro è il primo firmatario di un’interrogazione che invita la Commissione Ue a prendere in mano il dossier, testo che denuncia la mancata notifica all’Unione del semaforo. «Danimarca e Olanda avevano un piano simile – spiega un lobbista europeo -. Lo hanno comunicato a Bruxelles e si è trovata un’intesa sul verde da mettere sui prodotti migliori: un premio, dunque, non una punizione». Dal 1° settembre i tre colori brillano nelle buste della spesa di Sainsbury’s, Tesco e Morrisons, solo per dire i principali. Il sospetto è che vogliano anche promuovere i loro prodotti surrogati e a basso costo, per combattere l’esercito di denominazione e origine garantite condotto da francesi, italiani e spagnoli. E’ un discorso di business che può riuscire facile, facendo leva su dieta e crisi, in un Paese che non ha proprio una lunga tradizione di menu ben calibrati.

La Stampa – 21 ottobre 2013 

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