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Crisi, più che debito pubblico potè gap costo del lavoro

Di Duilio Lui. Tre manovre economiche a livello nazionale per raddrizzare i conti, cercando di limitare i buchi nel bilancio pubblico. Gli interventi ripetuti della Banca centrale europea per immettere liquidità nel sistema e ridurre le tensioni. Infine gli accordi a livello di Eurozona per coordinare le politiche di intervento e creare strumenti anticrisi condivisi.

Non si può certo dire che l’ultimo anno sia stato povero di interventi per fronteggiare la crisi finanziaria che proprio un anno fa, all’inizio di agosto, ha visto partire l’ultima ondata. Eppure lo spread tra il BTp e il Bund a dieci anni resta su livelli elevati, a indicare che la potenza di fuoco messa in campo non è riuscita a superare i problemi di fondo che spiegano il differenziale tra il debito pubblico italiano e quello tedesco. Quali le cause? Certo, l’elevato debito pubblico italiano è un fardello difficile da estirpare in tempi ragionevoli, ma è pur vero che la sua incidenza sulla ricchezza prodotta ogni anno nel nostro paese è rimasta pressoché la stessa negli ultimi dieci anni.

Le tabelle in pagina offrono uno spunto di riflessione: il confronto tra Germania e Italia sul fronte della produzione industriale e quello relativo al costo unitario del lavoro (allargato a Spagna e Grecia) offrono un responso inappellabile del gap di attrattività del nostro sistema produttivo e del mercato del lavoro. L’Italia ha accumulato un deficit strutturale in termini competitivi che né gli interventi sul debito pubblico, né le rassicurazioni dei leader politici dell’Eurozona sull’unità di intenti per affrontare la crisi possono coprire.

Di fronte a questo scenario i mercati hanno preso a «scommettere» sulla prossima fine dell’area euro così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi. Spesso si punta l’indice contro la speculazione, ma appare più verosimile che dietro le scelte di investimento ribassiste sull’Eurozona (che contribuiscono alla debolezza della moneta unica) ci sia la constatazione (con tanto di analisi ben ponderate alle spalle) che la stessa è ormai una casa dal tetto fragile, incapace di tenere insieme mercati così profondamente diversi tra loro. Questo forse spiega più di qualsiasi analisi finanziaria la difficoltà di uscire dalla crisi, aprendo le porte per soluzioni finora viste come il fumo negli occhi dagli europeisti.

ItaliaOggi – 30 luglio 2012

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