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Dai 21 bonus ai pescherecci in Libia: i mille attacchi alla diligenza di Padoan. Le richieste dei partiti mettono a rischio i conti della finanziaria già salita a 26,4 miliardi

Sarà una corsa lunga e difficile. La diligenza condotta da Pier Carlo Padoan percorrerà un terreno insidioso per due lunghi mesi, fino all’approvazione della manovra. I primi segnali non sono positivi: la legge di Bilancio era stata partorita con una settantina di articoli: in quindici giorni di discutibile gestazione, prima di essere presentata al Senato è arrivata a 120. Testo più lungo, ma anche più soldi: la manovra è salita dai 20 di cui si parlava ai 26,4 miliardi valutati dal Servizio Bilancio delle Camere.
Il rischio è che cresca ancora. Se la posizione di Padoan sul «no» al congelamento dell’innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile, dovesse franare di fronte alle pressanti richieste, per i conti pubblici sarebbe un nuovo colpo: si calcola che il blocco nel biennio 2019-2020 costerebbe 5 miliardi; nel 2035 – secondo i conti dell’Inps – si arriverebbe a 141 miliardi. Sfondare significherebbe sottrarre risorse per l’occupazione e le detrazioni per i giovani ma si correrebbe anche il rischio di perdere l’intera partita. Non è escluso che l’Europa si innervosisca e faccia saltare il banco, cioè lo sconto di 10 miliardi che ci consente di allargare il deficit e scongiurare l’aumento dell’Iva.
Se la questione delle pensioni appartiene alla sfera del confronto politico-sindacale, a guardare tra i circa 1.000 emendamenti depositati dai partiti al decreto fiscale che cammina insieme alla «Finanziaria» si scorge l’inizio dell’assalto. Ai circa 21 bonus, tra sconti per i giardini e agevolazioni per il bus, si accodano altre richieste: Forza Italia vuole un aumento delle detrazioni per colf e badanti; la Lega chiede indennizzi per i pescherecci sequestrati dai tunisini o dai libici; il Pd chiede detrazioni, oltre a quelle già esistenti per le spese funebri, anche per la «previdenza cimiteriale».
Ma non è finita. In ballo ci sono sempre i 600 milioni per l’abolizione del Superticket sollecitata nelle settimane scorse da Mdp. In lista d’attesa anche l’aut aut degli alfaniani che ritengono insufficienti i 100 milioni per la famiglia e la richiesta, ormai bipartisan, di rifinanziare (circa 700-800 milioni) il bonus bebè di 80 euro.
Forse in Parlamento a colpi di fiducia si riuscirà ad arginare la corsa: il piano è quello di prolungare di una settimana l’esame al Senato. Sbrigare la «pratica» a Palazzo Madama e quindi blindare la legge di Bilancio alla Camera.
Ma se anche si arrivasse al 1° gennaio senza rilevanti danni, da allora bisognerà tenere d’occhio, come faranno i mercati e le agenzie di rating da Moody’s a S&P, i programmi delle forze politiche. Berlusconi ha appena sparato le sue pallottole: raddoppio delle pensioni minime a 1.000 euro che costerebbe circa 8 miliardi e l’esenzione del bollo auto sulla «prima» auto: su un parco auto di 20 milioni di veicoli costerebbe 3-4 miliardi. Benché siamo ancora abbastanza distanti dalle urne, le proposte non mancano: la Lega, ad esempio, già da mesi ha messo sul tavolo la cosiddetta flat tax: si paga il 15 per cento per tutti invece che le normali aliquote progressive che arrivano fino al 43 per cento. Contribuenti contenti, peccato che il costo arrivi, deduzioni comprese, a 40 miliardi. Mastodontica la spesa anche per il reddito di cittadinanza grillino, un minimo di 600 euro per tutti coloro che hanno più di 18 anni e sono in condizioni disagiate: si calcolano 20 miliardi. Nessun partito vuole neppure sentire pronunciare la parola austerità, giusto, ma anche il semplice ritorno a Maastricht propugnato da Renzi non costerebbe poco, almeno i termini di maggiore deficit: oggi siamo all’1,6 per arrivare al 2,9 per cento mancano 1,3 punti di Pil, ovvero 22 miliardi

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