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Dal Belice all’Emilia, 7 terremoti, 121 miliardi per la ricostruzione. Quasi la metà per il sisma in Irpinia del 1980. La stima è parziale, tiene conto solo delle «spese vive» non dei costi indiretti

di Lorenzo Salvia. Il primo giugno di quest’anno è terminata la visita della commissione Ambiente del Senato per fare il punto sulla ricostruzione post terremoto. I parlamentari hanno preso atto che, per terminare le opere, servono ancora un po’ di soldi e di conseguenza hanno informato il governo. Di quale terremoto parliamo? Quello dell’Emilia nel 2012, quello dell’Aquila nel 2009 o in Umbria nel 1997? Acqua. La visita era a Gibellina e Salaparuta, in Sicilia, e la ricostruzione ancora incompiuta è quella del Belice, primo grande terremoto del Dopoguerra, 296 morti. Era il 1968.

In Italia la terra trema per pochi secondi ma poi la ricostruzione può andare avanti pure per mezzo secolo. E la spesa continua a lievitare. I soldi stanziati per i sette grandi terremoti che hanno colpito l’Italia dal Belice in poi, facendo oltre 4 mila morti, ammontano a 121,6 miliardi di euro. Sono 35 volte quanto abbiamo pagato per la vecchia Imu sulla prima casa, per farsi un’idea. È la stessa cifra che l’Italia ha perso in termini di Pil, cioè di ricchezza prodotta, negli anni più neri della crisi, tra il 2007 e il 2013. I conti li ha fatti il Centro studi del consiglio nazionale ingegneri, sulla base di un documento del servizio bilancio della Camera. Ed è una stima parziale, perché dentro ci sono solo le «spese vive»: i soccorsi, la gestione dell’emergenza, la ricostruzione. Non ci sono i costi indiretti, come i mancati guadagni delle imprese che, per il terremoto, hanno fermato o rallentato la loro attività. Difficili da misurare ma tutt’altro che trascurabili. Una ricerca dell’Università delle Hawaii dice che il terremoto che nel 1995 colpì Kobe fece perdere agli abitanti della città giapponese il 13% del reddito pro capite. Tutto questo resta fuori dalla tabella degli ingegneri. Come i turisti che non arrivano più e non portano soldi. Come le migliaia di euro che lo Stato spende in più per le cure mediche di lungo periodo.

Quasi la metà di quei 121 miliardi viene dal terremoto in Irpinia del 1980, il più pesante anche per numero di morti, 2.734. Poi c’è quello del Friuli Venezia Giulia (965 vittime), con poco meno di 20 miliardi, l’unico per il quale il «periodo di attivazione degli interventi» si è concluso, nel 2006. Per tutti gli altri — oltre al Belice e l’Irpinia, ci sono Umbria e Marche nel 1997 con 11 morti, Puglia e Molise nel 2002 con 27 vittime, L’Aquila nel 2009 con 309 morti e l’Emilia nel 2012 con 27 vittime— gli interventi sono ancora in corso. Come sottolinea il documento degli ingegneri e come ricorda il presidente Armando Zambrano «l’esperienza italiana ha sempre evidenziato un continuo ricalcolo delle spese e dei danni con una continua produzione di norme per rifinanziare le attività di ricostruzione, con una lievitazione delle spese e un prolungamento delle azioni di ripristino». Per il terremoto in Irpinia, ad esempio, sono state 25 le leggi e leggine che hanno stanziato qualche milione. L’ultimo intervento per il Belice è arrivato con la Finanziaria del 2013. Anche in questo caso prevenire è meglio che curare. Il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, la prossima settimana convocherà il governo per fare il punto sugli interventi possibili. Sarà quella la prima occasione per vedere come potenziare gli sconti fiscali a favore di chi fa una ristrutturazione antisismica. «Il bonus fiscale — dice Realacci — non solo va esteso ai condomini ma va anche reso stabile nel corso degli anni. Altrimenti le famiglie non si impegnano perché si tratta di spese non trascurabili». Un’ipotesi è la possibilità di cedere la detrazione fiscale a fondi di investimento che poi garantiscono a chi ristruttura una piccola rendita.

Corriere della Sera – 26 agosto 2016 

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