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Decreto delegato al Jobs Act. Cambia la cassa integrazione, spunta la clausola anti-esodati. Poletti: staffetta generazionale

di Lorenzo Salvia. Tener fuori dalla nuove regole sulla cassa integrazione le aziende che hanno firmato o stanno per firmare un accordo che, per gli ammortizzatori sociali, prevede una durata più lunga. Con l’obiettivo di evitare nuovi esodati, lavoratori che potrebbero ritrovarsi senza stipendio, senza pensione, senza altre forme di reddito. È una delle modifiche allo studio del governo per il decreto delegato sul Jobs act , la riforma del lavoro, che rivede le regole proprio sulla cassa integrazione.

Nel testo si prevede che gli ammortizzatori sociali possano avere una durata massima di tre anni, che però scende a due e anche ad un uno se non sono state rispettate alcune condizioni, come il precedente uso dei contratti di solidarietà, che riducono l’orario di lavoro per evitare licenziamenti. Ma tutte queste clausole – è l’ipotesi allo studio – non toccherebbero le aziende che hanno chiuso un accordo sulla crisi. C’è anche un’altra ipotesi, che riguarda le grandi aziende e le crisi a rilevanza nazionale: sei mesi in più di cassa rispetto alla durata standard, sempre nel caso in cui siano stati usati i contratti di solidarietà. C’è ancora tempo per sciogliere questi e altri nodi. Gli ultimi decreti delegati del Jobs act erano attesi nel consiglio dei ministri di domani. Ma probabilmente slitteranno almeno alla settimana prossima. Sui provvedimenti che, oltre alla cassa integrazione, riguardano l’agenzia per l’occupazione, l’agenzia unica sulle ispezioni oltre a un pacchetto di semplificazioni, ci sono ancora da risolvere problemi tecnici e di copertura. Non solo. Il tema è sensibile per la minoranza Pd e, con le acque della politica agitate dopo le Regionali, il rinvio potrebbe essere ancora più lungo, forse a dopo i ballottaggi del 14 giugno.

La parola «esodati» spaventa per le conseguenze, sociali e politiche, che potrebbe avere. Forse anche per questo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, rilancia il tema della «staffetta generazionale», cioè l’uscita anticipata di chi è vicino alla pensione per lasciare posto ai giovani da assumere. Ci aveva provato il governo Monti, con una piccola sperimentazione, e anche quello Letta, rinunciando per i costi eccessivi. Se ne riparlerà dopo l’estate con la legge di Stabilità, ma già adesso Poletti dice che l’uscita morbida potrebbe prendere la forma dei «pensionamenti parziali o del part time» con l’anziano che resta in azienda per fare da tutor al neo assunto. Stavolta, però, sarà difficile che lo Stato si faccia carico di una parte dei contributi del lavoratore in uscita, visto che proprio questo era stato l’ostacolo insormontabile per il governo Letta.

Tornando al decreto sulla cassa integrazione, viene confermata l’estensione degli ammortizzatori alle aziende più piccole, fra i 5 i 15 dipendenti. Il contributo a loro carico, che sostituirà l’intervento dello Stato che pescava nella fiscalità generale, scatterà dal 1° gennaio 2016, l’ammortizzatore dal 1° luglio. Si prende tempo sul salario minimo. A decidere sarà una commissione tecnica, sentiti i sindacati. Un percorso lungo e pieno di curve.

Il Corriere della Sera – 4 giugno 2015 

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