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Dimissioni online al palo, il sito fa flop. Doveva semplificare: si è trasformato in un labirinto burocratico. I consulenti: lo Stato rischia un buco da 1,5 miliardi. I sindacati: è uno scandalo

Giuseppe Bottero. È il paradosso del mercato del lavoro italiano. Se entrare è difficilissimo, da un mese e mezzo è diventata un’impresa anche uscire. Colpa della nuova norma sulle dimissioni on line prevista dal Jobs Act: doveva rendere tutto più semplice, si sta trasformando in un labirinto burocratico per lavoratori, imprese, centri di assistenza fiscale e consulenti. E alla fine, il conto, potremmo pagarlo tutti: dalle casse dello Stato rischia di evaporare quasi un miliardo e mezzo.

Le nuove regole

Per capire il problema, bisogna fare un passo indietro. A partire dal 12 marzo i dipendenti che lasciano il posto – volontariamente, o in accordo con l’azienda – devono comunicarlo per via telematica. La procedura è nata con le migliori intenzioni, perché cancellerà l’odiosissima pratica delle dimissioni in bianco, un vero e proprio abuso. Qualche datore di lavoro senza scrupoli per anni ha fatto firmare il «foglio di via» al momento dell’assunzione per poi avere mani libere sul futuro dei dipendenti.

Ora non è più possibile: per dirsi addio, c’è il modulo digitale, che si può compilare da soli o appoggiandosi a Caf e consulenti del lavoro. La prima strada l’hanno scelta in pochi: bisogna chiedere un «pin» all’Inps, aspettare di riceverlo, affrontare un sito (www.cliclavoro.gov.it.) che, soprattutto all’inizio, ha funzionato a singhiozzo. È andata male anche a chi s’è affidato ai cosiddetti enti certificati. Passi la spesa – in media 15 euro a pratica – ma molto spesso la risposta è stata: «Ci dispiace, ora non siamo in grado». Perché il portale, spesso, ha creato problemi: la pagina web si bloccava senza preavviso, spiega la Cisl e, in qualche caso, il cervellone elettronico non riconosceva gli utenti già registrati.

La Cgil: danni per tutti

«Il sistema non funziona. È uno scandalo che provoca danni insostenibili» va all’attacco la Cgil, pronta a diffidare il ministero del Lavoro. «La procedura sta dando problemi enormi – conferma Massimiliano Fico, membro della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro e consigliere provinciale dell’Ordine di Torino-. Al momento del debutto, nessuno era pronto a raccogliere le richieste, neppure le direzioni territoriali del Lavoro». Un pasticcio hi-tech che il ministero sta cercando di risolvere attraverso incontri, chiarimenti e documenti.

Il nodo dei costi

Certificare le dimissioni, infatti, è fondamentale. Senza il «timbro digitale» il datore di lavoro è costretto a licenziare per giusta causa, pagando il ticket introdotto dalla riforma Fornero, che può arrivare anche a 1.500 euro se l’addetto ha oltre tre anni di anzianità.

A rischiare la stangata più severa, potrebbe essere lo Stato, almeno secondo le simulazioni fatte circolare dai consulenti del lavoro. Perché se il lavoratore dimissionario viene considerato «licenziato», allora avrà diritto anche all’indennità di disoccupazione, la cosiddetta Naspi. L’assegno vale 24 mesi e, in media, 21 mila euro. Contando che ogni anno 70 mila italiani lasciano il posto improvvisamente – dunque difficilmente affronteranno la procedura digitale – la stangata (su due anni) può sfiorare 1,5 miliardi.

La Stampa – 25 aprile 2016 

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