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Dipendenti pubblici sempre immobili. Solo uno su cento cambia ufficio

Resta molto difficile trasferire gli statali in altri uffici o fargli cambiare settore I dati dell’Aran: nel 2010 uno statale su mille si trasferisce in un altro settore

Per chi governa è da sempre la sfida più difficile: far cambiare di scrivania un dipendente pubblico. Gli ultimissimi dati parlano chiaro. Secondo l’Aran, Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, nel 2010 la «mobilità» tra settori del pubblico impiego ha coinvolto appena lo 0,1% del personale; quella «intracomparto», cioè tra uffici dello stesso settore, l’1%. Per farla breve: nel 2010 solo in un caso su mille c’è stato lo spostamento di un dipendente da un ente all’altro, solo in un caso su cento l’amministrazione ha ordinato il cambio di ufficio. «C’è una sostanziale impermeabilità dei dipendenti fra i vari comparti», commenta l’Aran. E figurarsi ora che il governo Monti vorrebbe spostare di sede migliaia di dipendenti delle prefetture, dei piccoli tribunali, degli uffici periferici dello Stato. Viste le premesse, si annuncia una sfida titanica. 

Gli esperti dell’Aran sono sconfortati. «E’ difficile non vedere il completamento professionale che si potrebbe ottenere se a una esperienza lavorativa in una amministrazione locale seguisse, ad esempio, quella in una amministrazione centrale e viceversa». Belle parole. La realtà è diametralmente opposta. Il dipendente pubblico ci tiene moltissimo alla sua routine. In tutto il 2010, la mobilità intracomparto ha riguardato 33.944 lavoratori (l’1%) mentre quella extra comparto ha registrato solo 1.840 persone in entrata e 2.273 in uscita (circa lo 0,1%). A dare vivacità – si fa per dire – a questa mobilità ha peraltro contribuito in grandissima parte la corsa alla Presidenza del Consiglio con 192 entrate e 5 uscite. Grazie anche – nota maliziosamente l’Aran – alle retribuzioni più alte della media: oltre 53.000 euro annui contro i 34.000 della media. Un po’ più usata è la mobilità temporanea (comandi e distacchi), sempre con la presidenza del Consiglio dei ministri al top delle richieste, (1.645 comandati o distaccati a fronte di appena 75 usciti). Ma questa è una mobilità che fa avvicinare ai gangli del potere e quindi bene accetta.  

Questi i numeri della sostanziale immobilità dei dipendenti pubblici, dunque. Pure a fronte di una legge esistente da 11 anni che dà la possibilità di ricollocare il personale in esubero (e in caso di esito negativo di questi tentativi, può sfociare nella messa in mobilità fino all’eventuale cessazione del rapporto di lavoro). Ora, però, il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha annunciato che questo tipo di mobilità potrà essere utilizzata nell’applicazione della spending review anche se come «ultimo strumento». Ed è semplice fare qualche numero: l’accorpamento di una trentina di province dovrebbe comportare la mobilità di circa tremila dipendenti. Verranno coinvolti sia i dipendenti delle Province accorpate, sia quelli del ministero dell’Interno, sia chi lavora in altri uffici ministeriali. Bisognerà attendere la metà di gennaio 2013 per saperne di più, quando sarà pronto il documento della Presidenza del Consiglio finalizzato a rideterminare quali e come saranno «gli enti territoriali del governo sul territorio». La riorganizzazione coinvolgerà Province, ma anche Prefetture, Questure, Motorizzazioni civili, Capitanerie di porto, sovrintendenze dei Beni culturali, i provveditorati alle opere pubbliche, gli uffici scolastici e i presidi provinciali del controllo sul territorio. Una trentina di enti in tutto.  

Il provvedimento di ridisegno della geografia giudiziaria, a sua volta, comporta la chiusura di circa mille sedi giudiziarie, piccole o piccolissime, con accentramento del personale nelle sedi maggiori. Il ministero della Giustizia stimava di trasferire 2454 tra magistrati ordinari e onorari e 7603 unità del personale amministrativo. Il solo annuncio di questi spostamenti sta scatenando proteste furibonde e innumerevoli ricorsi. Non è dunque un caso se un ministro, protetto dall’anonimato, ammetta che per sbloccare le trattative con i sindacati «occorreranno un po’ di risorse», riconoscendo che una «mobilità a costo zero», con le attuali garanzie sindacali, «è pressoché impossibile». 

La Stampa – 12 novembre 2012

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