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Dirigenti pubblici, parte la riforma. Stretta sugli stipendi, meno garanzie. Renzi: “Un nuovo modello con un’organizzazione legata ai premi di risultato”

Roberto Giovannini. Doveva essere un Consiglio dei ministri dedicato esclusivamente al varo di quattro decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Ma ovviamente l’emergenza del terremoto ha stravolto l’agenda della riunione. Alla fine, però, è arrivato il via libera del governo alla riforma della dirigenza pubblica e ad altri tre decreti legislativi.

«Vogliamo creare un Paese che abbia un sistema forte di presenze nella dirigenza – ha detto in conferenza stampa il premier Matteo Renzi – Abbiamo cercato di dare sicurezza ai dirigenti che hanno paura, ma dobbiamo cambiare il livello organizzativo del Paese».

I quattro provvedimenti – ovvero dirigenza, riordino delle Camere di commercio (che passano da 99 a 60), enti di ricerca (con procedure più agili) e lo scorporo del Comitato paralimpico dal Coni – dovranno passare per l’esame parlamentare, che emanerà dei pareri di cui però il governo potrà non tener conto. Il piatto forte è comunque quello che riguarda gli oltre 36mila dirigenti pubblici oggi in funzione. La gestazione della riforma – di cui non si conoscono ancora tutti i dettagli – non è stata facile: il testo doveva approdare in Consiglio dei ministri il 10 agosto, ma sono servite altre due settimane. La delega scadeva domenica prossima, e prendere altro tempo non era possibile.

Per il premier Matteo Renzi si dà vita «a un nuovo modello di dirigenza», con un focus sui «premi di risultato» piuttosto che di posizione. Secondo il governo, la riforma crea un mercato unico degli incarichi, con paletti precisi per la durata di ciascun mandato e uno stretto collegamento tra target e stipendio. Il dirigente che non centra gli obiettivi rischia di perdere un’abbondante quota della retribuzione, fino al 40%. E nei casi più pesanti rischia persino il posto. Nel calderone, che non fa più distinzioni tra amministrazioni e fasce, finirà anche la gran parte dei «super capi»: tra loro solo uno su tre potrà contare su un «salvagente».

Si parte da alcuni punti cardine: un ruolo unico che ingloberà tutti (tranne presidi e medici), accesso per corso o concorso, conferma nel ruolo dopo tre anni di prova, incarichi di durata limitata, massimo quattro anni, e rinnovabili una sola volta, per due anni così da favorire la rotazione. Per ottenere un incarico bisognerà passare per una selezione, fanno eccezione solo le posizioni di vertice, come quelle di segretario generale ministeriale. Possibile, pur di evitare l’estromissione, optare per la retrocessione a funzionario. A vigilare su tutto saranno delle commissioni ad hoc, una per ogni livello (statale, regionale e locale), con poteri, tra cui la formulazione della rosa dei candidati alle posizioni apicali.

Inoltre il decreto prevede che chi perde l’incarico a seguito di una revoca per mancato obiettivo, a riguardo le pagelle diventano più definite, ha un anno di tempo per procurarsi un nuovo mandato, dopo di che decade dal ruolo, cioè viene licenziato. In generale, per chi resta senza incarico la vita diventa dura: si resta in standby per un anno poi, nel giro di un triennio, la paga si riduce all’osso. La retribuzione cambia alla radice: la parte variabile, legata ai risultati (si farà attenzione anche al controllo delle assenze), non potrà scendere sotto il 30%, che diventa 40% per i dirigenti generali. Insomma qualche differenza resta anche con il ruolo unico, si potrà distinguere tra posizione generale o meno e anche creare delle sezioni a parte per «dirigenti speciali» sul piano tecnico, con possibilità di derogare alle quote di esterni.

Altre eccezioni dovrebbero riguardare quanti oggi ricoprono la prima fascia. Almeno il 30% di loro, circa 160, magari in base all’anzianità, dovrebbe potere essere riconfermato nello stesso ufficio, dopo la scadenza naturale dell’incarico. La questione è delicata e se ne continuerà a palare. Rimandato a febbraio invece il focus sulla responsabilità (di mezzo c’è il danno erariale).

Questo è il numero massimo degli interessati alla riforma (secondo altri calcoli sarebbero in numero minore, fino a trentaduemila). Si tratta di una categoria che dovrà cambiare modo di vivere e di lavorare: ci sarà una specie di mercato unico degli incarichi, con paletti per la durata di ciascun mandato e uno stretto legame fra il raggiungimento degli obiettivi e il livello degli stipendi. Inoltre dovrebbe diventare effettiva l’ipotesi (già promessa in passato ma finora mai realizzata, se non in casi eccezionali) della licenziabilità dei dirigenti incapaci.

36mila i dirigenti dello Stato

Questo è il numero massimo degli interessati alla riforma (secondo altri calcoli sarebbero in numero minore, fino a trentaduemila). Si tratta di una categoria che dovrà cambiare modo di vivere e di lavorare: ci sarà una specie di mercato unico degli incarichi, con paletti per la durata di ciascun mandato e uno stretto legame fra il raggiungimento degli obiettivi e il livello degli stipendi. Inoltre dovrebbe diventare effettiva l’ipotesi (già promessa in passato ma finora mai realizzata, se non in casi eccezionali) della licenziabilità dei dirigenti incapaci.

30% quelli coperti da salvaguardia

Sopravviveranno alcune garanzie ma non per tutti: solo una quota, il trenta per cento dell’attuale dirigenza di prima fascia (160 persone) godrà di salvaguardie allo scoccare delle nuove regole sul ruolo unico. Una volta scaduti gli incarichi attuali, il 70% dei direttori generali dovrebbe passare per nuove selezioni, senza automatismo. Quindi la maggior parte dei dirigenti non potrà occupare fino a quando vuole gli uffici in cui si trova a operare, e non potrà farlo con le stesse mansioni, né tantomeno godere di scatti automatici. Questa almeno la promessa

40% la retribuzione legata ai risultati

Una fetta consistente dello stipendio dei dirigenti pubblici sarà condizionata al raggiungimento degli obiettivi. Il trattamento accessorio collegato ai risultati dovrà costituire almeno il 30% della retribuzione complessiva e la quota non potrà essere inferiore al 40% nel caso dei dirigenti generali. Attualmente, invece, la parte variabile corrisponde al 20% del totale. D’altra parte in molti casi clamorosi che sono stati denunciati c’è stata un’estrema generosità nel riconoscere a tutti il raggiungimento degli obiettivi. Anche questo dovrà cambiare.

 12 mesi tempo massimo senza incarico

I dirigenti pubblici privi di incarico, ad esempio perché le loro mansioni non sono più utili, potranno restare in quella condizione per un solo anno, dopo di che scatterà il taglio dello stipendio o addirittura a decadenza, cioè la licenziabilità. In particolare, i dirigenti a cui è stato revocato l’incarico per il mancato raggiungimento degli obiettivi avranno dodici mesi per trovarsi un nuovo ruolo utile, altrimenti saranno fuori. Nelle altre situazioni, chi è rimasto privo di incarico non rischierà il licenziamento ma prenderà lo stipendio pieno solo per i primi dodici mesi.

La Stampa – 26 agosto 2016 

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