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Dopo cinque anni riecco le tasse di bonifica, settecentomila bollettini nei centri urbani. La Regione se ne era fatta carico ma ora non paga più. In arrivo anche gli arretrati

È successo un po’ a sorpresa perché la tassa per le bonifiche era finita nel dimenticatoio. Quel bollettino da pochi euro che arrivava nelle case puntuale ogni anno a un certo punto è sparito e nessuno ne ha sentito la mancanza (e quando mai si sente la mancanza delle tasse?)Da qualche giorno quello stesso bollettino è ricomparso anche nelle grandi città.

La Regione infatti ha deciso di sospendere il finanziamento che per anni ha escluso migliaia di proprietari dal contributo sugli immobili per importi inferiori ai 16 euro. E ora i consorzi di bonifica battono cassa ai contribuenti esonerati per coprire un buco pari a dodici milioni. La rivoluzione non farà piacere, ma di fatto è già partita: in queste ore i dieci consorzi di bonifica veneti (dal «Bacchiglione» al «Piave», dal «Brenta» al «Veneto Orientale») hanno iniziato a spedire 700mila avvisi di pagamento per i contributi di scolo e difesa idraulica relativi al biennio 2013-14, con saldo entro il 30 di novembre (o il 15 dicembre in caso di «recapito tardivo»).

Le cifre sono comprese tra 8 e 33 euro, l’importo del contributo varia in base a una serie di parametri come la posizione del fabbricato, i metri cubi, i metri quadri e il numero di vani. Ma la notizia ha colto in contropiede quasi tutti, anche perché chi ha ricevuto la lettera non versava un euro da almeno cinque anni: con le «nuove norme per la bonifica e la tutela del territorio» del 2009 la Regione (bilancio permettendo) si impegnava infatti a sostituire «i proprietari di uno o più immobili censiti al catasto urbano consortile tenuti al pagamento di un contributo pari o inferiore al limite di esenzione fissato annualmente dalla giunta». Chi deve pagare poco, in pratica, non paga: la «minor contribuzione» è coperta dal finanziamento regionale concesso ogni anno ai consorzi. Per tre anni il meccanismo funziona senza intoppi: nel 2010 Palazzo Balbi fissa la soglia a 16,53 euro, nel 2012 la ritocca a 16,21. Ad usufruirne sono 700mila contribuenti su un milione e 900mila, quasi un terzo del totale e quasi tutti titolari di fabbricati urbani: la norma infatti penalizza i proprietari dei terreni agricoli, che devono pagare i contributi di tasca propria perché gli importi quasi sempre sforano la soglia. In media, gli esentati dovrebbero versare dieci euro all’anno: dal 2010 non sono più tenuti a farlo e conservano anche il diritto di elettorato attivo e passivo nel consorzio di appartenenza.

La musica cambia nel 2013, quando la Regione non versa un centesimo. E del finanziamento non c’è traccia nemmeno nel bilancio dell’anno successivo, il 2014. È vero che gli importi individuali sono modesti, ma sommati tutti assieme formano un buco da dodici milioni: sei per il 2013, altrettanti per l’anno dopo. I consorzi restano in attesa di capire se si tratti di un ritardo o di una scelta fino al 2015, quindi decidono di intervenire. Anche perché nel frattempo la legge finanziaria del 2011 autorizza il recupero degli importi non riscossi. Ed è proprio questo il caso dei consorzi: se la Regione non subentra più, il pagamento spetta ai proprietari degli immobili. E così, in questi giorni, migliaia di contribuenti riceveranno una lettera tanto inaspettata quanto sgradita: proprio nelle scorse settimane, il consorzio di bonifica veronese era finito nell’occhio del ciclone per lo stipendio faraonico del direttore generale Roberto Bin, pari a 270.766 euro.

E in pochi sanno a cosa serva il contributo: in Veneto i consorzi di bonifica si estendono su quasi due milioni di ettari (dei quali 200mila sotto il livello del mare e 450mila a forte rischio di allagamento) con quattro milioni e mezzo di abitanti, 389 idrovore, 1.007 pompe e una rete di scolo di 17mila chilometri. Oltre a realizzare opere di bonifica e irrigazione, curano la manutenzione e il monitoraggio dei canali e degli impianti. «Ora che il finanziamento regionale è venuto meno siamo costretti a chiedere gli arretrati – dice Paolo Ferraresso del consorzio Bacchiglione, che comprende 39 comuni in provincia di Padova e Venezia -. I contributi saranno destinati a interventi indispensabili per preservare la sicurezza idraulica del territorio, dalla pulizia degli argini alla manutenzione degli impianti». Andrea Crestani, direttore dell’Associazione dei consorzi veneti, non usa giri di parole: «La Regione ha capito che la norma del 2009 era iniqua, perché grazie alla copertura c’è qualcuno che fino al 2012 ha pagato anche per gli altri: il Veneto orientale è una distesa di cemento ed è giusto estendere il contributo a tutti i proprietari, anche a chi magari ha contribuito a devastare il territorio. Questa operazione ci consentirà di incassare 130 milioni all’anno, più della metà verrà destinata a manutenzione canali, idrovore e fognature».

Il Corriere del Veneto – 22 novembre 2015 

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