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Dopo il documento congiunto sulla crescita. «Il coraggio di cambiare, la politica non può più tacere»

1a1aaaaaaaasilvio_e_giulioDi Fabrizio Forquet. Giorgio Napolitano aveva chiesto un nuovo sforzo di coesione nazionale dopo l’approvazione in tempi record della manovra. E un primo segnale è arrivato. Chiaro e distinto. A lanciarlo sono le 17 associazioni imprenditoriali e del lavoro che hanno firmato ieri il documento congiunto sulla crescita. È l’intero mondo della produzione (con la sola dissociazione della Uil) e della finanza italiana che si dice pronto a fare la propria parte. Ora tocca alla politica dimostrare di saper esserci, con il ruolo e le responsabilità che le sono proprie.

«Rigore e crescita – aveva scritto Il Sole 24 Ore, all’indomani dell’approvazione della manovra, nel suo Manifesto per lo sviluppo – sono un binomio inscindibile. La manovra va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica. Il metodo della coesione ha dato buoni frutti e va riproposto». Quelle parole erano state apprezzate e rilanciate dal capo dello Stato, che in una lettera al Sole aveva invitato «ciascun soggetto politico o sociale» ad «esprimersi in termini puntuali» sul da farsi, in modo da far emergere «ogni possibile condivisione».

La risposta non si è fatta attendere.

Davanti alla pressione insistita dei mercati sulla tenuta dei titoli italiani, le parti sociali hanno saputo prima offrire il loro contributo con una serie di proposte di merito, come chiedeva Napolitano. Poi il salto di qualità con il comunicato congiunto di ieri in cui le forze produttive si assumono le proprie responsabilità per un vero e proprio Patto per la crescita e invocano una «discontinuità» capace di realizzare un progetto forte di sviluppo.

È un messaggio che trae forza dalla capacità, davanti a un passaggio cruciale per il Paese, di mettere da parte le divisioni e gli interessi di parte, facendosi carico di un atto di volontà nell’interesse di tutti. Perciò la politica, questa volta, non può restare inerte.

È sua, innanzituto, la responsabilità di avviare una fase nuova che possa restituire credibilità all’intero sistema Paese dinanzi ai mercati e al mondo. La manovra approvata in tempi record è stata importante. Ma l’incapacità, anche in quella sede, di tagliare i costi dei partiti e delle assemblee elettive è stata un segnale preoccupante della mancanza di consapevolezza della fase che si sta attraversando.

Preoccupa quella insensibilità. E ancora di più preoccupa l’assenza di un programma draconiano per la crescita.

Già all’inizio dell’anno le parti sociali avevano saputo proporre una prima agenda per la produttività. Quelle indicazioni non hanno trovato un vero interlocutore sul fronte della politica. Ora ci si riprova. Con più forza e più unità di allora. Nella consapevolezza che intanto il rilancio si è allontanato ulteriormente e i mercati si sono fatti sempre più minacciosi.

C’è un sinistro aleggiare intorno all’Italia. Ignorarlo sarebbe un grave atto di irresponsabilità. Le politica ne tenga conto. L’Italia ha sempre saputo dare il meglio di sé quando è stata messa con le spalle al muro. È tempo di tornare a farlo. Perché è chiaro che siamo tornati al punto in cui non ci sono più prove di appello.

fabrizio.forquet@ilsole24ore.com – 28 luglio 2011

 

 

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