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Dottorato di ricerca nel dimenticatoio. Manca regolamento attuativo

A oltre due anni dall’entrata in vigore della riforma universitaria (240/10) che ha stabilito nuove modalità di fare ricerca nelle università, tessendo un filo diretto tra ricercatori, mondo del lavoro e mondo delle professioni, niente è cambiato. E del Regolamento attuativo che avrebbe dovuto disciplinare il nuovo scenario non c’è traccia.

O meglio, c’è solo un’infinita serie di bozze, tra cui quella che l’ex ministro dell’università Mariastella Gelmini inviò al Consiglio di stato circa un anno fa prima di lasciare le redini al successore Francesco Profumo. Un testo che non fu troppo gradito ai giudici di Palazzo Spada perché aveva allargato l’area di competenza stabilita dalla legge primaria e che quindi era stato rispedito al ministero per le opportune modifiche.

Il cambio di testimone a piazzale Kennedy, certo, non ha favorito la stesura del provvedimento sui cui ancora, però, si cerca la definizione di alcuni passaggi. E anche se lo stesso Profumo, solo pochi giorni fa, ha annunciato che il testo sarà spedito a breve al Cds, le nuove modalità non partiranno che nel prossimo anno accademico. Fino al 2013, dunque, si farà alla vecchia maniera: quindi niente scuole di dottorato con un minimo di prof, in collegamento con gli enti di ricerca, le aziende e la pubblica amministrazione (salvo eccezioni).

Tutto ancora lontano degli intenti iniziale: assicurare, che i corsi di dottorato cui ogni anno accedono circa 12 mila laureati, fossero legati a doppio nodo con il mondo del lavoro tanto da attivare corsi in collaborazione con le imprese, garantirne la spendibilità e la riconoscibilità, anche solo nella loro denominazione, a livello internazionale. E quindi accreditarli e certificarli.

Per centrare questi obiettivi la bozza del regolamento ora in circolazione fissa paletti precisi: per ottenere il via libera il corso dovrà avere un accreditamento da parte dell’Anvur della durata quinquennale ma, soprattutto assicurare la presenza di un preciso numero di docenti nel collegio del dottorato. E qui iniziano le prime divergenze: inizialmente questo numero doveva essere pari a 18 tra professori ordinari e associati del settore oggetto di corso.

La seconda versione, poi, portò questo numero a 15 mentre ora c’è chi vorrebbe che si estendesse anche ai ricercatori confermati senza superare, comunque, il 25% del numero del collegio docente. L’altro problema è quello relativo all’istituzione delle scuole di dottorato, non previste dalla legge Gelmini, introdotte invece dal regolamento e quindi bocciate dal Cds proprio perché non contemplate nella norma primaria.

Al ministero stanno quindi trovando la formula legislativa più adeguata per non discostarsi da quell’obiettivo della legge che era comunque dire addio al singolo progetto di ricerca che avviava un isolato corso di dottorato, ma consentire i corsi solo in coordinamento con attività di ricerca documentate e di alto livello ma soprattutto entro aggregazioni più ampie a livello di ateneo o interateneo e in convenzione con strutture extrauniversitarie.

ItaliaOggi – 13 ottobre 2012

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