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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Ecco il vero “capitale umano”: «Un italiano vale 342mila euro». Istat senza pietà: francesi, spagnoli e americani valgono di più
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    Ecco il vero “capitale umano”: «Un italiano vale 342mila euro». Istat senza pietà: francesi, spagnoli e americani valgono di più

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche24 Febbraio 2014Nessun commento3 Minuti di lettura
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    L’Istat per la prima volta diffonde le stime sulla capacità di generare reddito dei cittadini. La cifra, riferita al 2008, supera i 219mila euro che nel film omonimo di Paolo Virzì incassava la famiglia del cameriere investito. Penalizzato il sesso femminile, con una stima di 231mila euro.

    MILANO – Paolo Virzì non avrebbe potuto fare di meglio: “Il capitale umano di ciascun italiano equivarrebbe a circa 342mila euro”. La stima è stata diffusa per la prima volta dall’Istat, alla voce “informazioni sperimentali circa il valore monetario attribuibile allo stock del capitale umano”. Si tratta della capacità media di ogni connazionale di generare reddito, riferita al 2008, e riguarda le attività di mercato. Ma la media, come insegnava Trilussa, è fatta di differenze: così l’Istituto nazionale di statistica ha attribuito alle donne italiane un valore pro-capite di 231 mila euro il 49% meno rispetto agli uomini. “Il differenziale è da mettersi in relazione alle differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma anche al minor numero di donne che lavorano e al minor numero di anni lavorati in media dalle donne nell’arco della loro vita”, ha spiegato l’Istat. Tuttavia, “poiché le donne prevalgono di gran lunga nel lavoro domestico”, le differenze di genere si riducono sommando alle attività professionali tradizionali quelle di lavoro domestico: un calcolo più equo che porta le donne a un valore pro-capite di 431mila euro (+12,3% rispetto ai maschi).

    Un altro divario rilevato dalla statistica riguarda, ed è comprensibile, le diverse fasce d’età: il singolo capitale umano di un giovane supera i 556mila euro (per la maggiore ampiezza dell’arco temporale in cui potrà “generare reddito”), contro i 293mila euro dei lavoratori nella classe anagrafica intermedia (35-54anni) e a solo 46 mila euro dei lavoratori tra 55 e 64 anni. “Va però rilevato che l’alto livello della disoccupazione giovanile nel nostro paese – aggiunge l’Istat – suggerisce forte incertezza circa la possibilità per i giovani di inserirsi nei processi produttivi. E’ quindi possibile che sia realistico rivedere al ribasso la stima dei redditi da lavoro attesi e di conseguenza quella del valore del capitale umano complessivo del paese”.

    I conti dell’Istat sono, comunque, superiori a quelli della fiction uscita nelle sale qualche mese fa sotto la regia di Virzì, in cui un giovane cameriere veniva ammazzato in un incidente stradale, e la famiglia (moglie e due figli) veniva risarcita dall’assicurazione del titolare dell’auto – un rampollo della borghesia brianzola nel film – con 219mila euro. Il film è tratto dal romanzo omonimo dell’americano Stephen Amidon, ambientato in Connecticut. E anche se molti arricceranno il naso e l’anima, la valorizzazione della vita individuale su basi attuarial-finanziarie è da decenni adottata da tutte le assicurazioni del mondo: che danno a tutti noi un “prezzo”, derivante da algoritmi che tengono conto dell’età, della famiglia, del lavoro, della salute e delle prospettive di vita.

    @andreagreco71 – Repubblica -24 febbraio 2014 

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