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Ecomafie. L’incubo Pfas e i 378 nuovi reati denunciati. La zona grigia dell’illegalità, duecento uomini per controllare 1500 impianti in Veneto

Il caso più eclatante di inquinamento ambientale è quello dello sversamento dello Pfas, a cavallo della provincia di Vicenza, Padova e Verona. Ma in un solo anno dall’entrata in vigore della nuova legge sulle ecomafie, lo spartiacque nella lotta ai crimini ambientali, la sola Arpav ha segnalato 378 casi di presunto illecito penale in Veneto (e il 40% approda in tribunale con procedura semplificata), asseverando anche indagini degli altri organi di polizia giudiziaria (e questo in 7 casi), pur con risorse limitate.

Il Veneto industrioso e attivo è anche un Veneto che inquina e scarica non sempre nei binari della legge. E il Veneto virtuoso nello smaltimento e nelle differenziazione che è terra ghiotta, materialmente e metaforicamente, per le organizzazioni di stampo mafioso. «Chi delinque nel settore rifiuti può guadagnare più che il traffico di stupefacenti, rischiando infinitamente meno», dicono le stesse forze dell’ordine: ma un tempo c’erano solo le contravvenzioni, come dire libertà di inquinare. E’ il quadro che è emerso ieri nella terza e ultima parte dell’intenso primo forum rifiuti di Legambiente a palazzo dei Trecento: «Legge ecoreati: istruzioni per l’uso» dedicato alla nuova fatidica legge 68 del 2015, quella che ha creato il delitto ambientale, consentendo le attività di intercettazioni e di indagini tecniche, gli arresti, il sequestro e la confisca dei beni. A coordinare i lavori il condirettore dei quotidiani veneti di Finegil, Paolo Cagnan. «C’è il rischio di far scivolare molte imprese nell’illegalità, in  una zona grigia che non è certamente quella del crimine organizzato, ma comunque pericolosa per l’ambiente, e questo per un contesto che vede da un lato l’eccesso di burocrazia, l’aumento dei costi e la crisi, e dell’altro controlli blandi, «ha detto al telefono da Roma Alessandro Bratti, presidente della commissione bicamerale di inchiesta sulle , «penso che il rimedio stia in una semplificazione a monte, con un aumento della autocertificazione, ma con controlli più efficaci a valle, che non vuoi dire più controlli». E non ha mancato di ricordare la discarica di Pescantina, che ha goduto di «autorizzazioni non giustificate». Già. Ma poi Loris Tomiato, direttore dell’Arpav di Treviso, ha ammesso che pur con tutta la buona volontà, i suoi 200 uomini («costiamo 11 euro ad abitante») possono controllare in un anno 150-200 impianti collegati al ciclo dei rifiuti, sui 1500 presenti in regione. Ci vogliono dunque 10 anni per controllare l’intera rete. E intanto il caso Pfas incombe, con migliaia di nuovi controlli disposto in un allargamento del cerchio, anche se essendo oggetto di indagine in corso, Tomiato non ha fornito ulteriori elementi. La legge 68 sulle ecomafie consente ora di punire, e anche di recuperare somme nei casi meno lievi, ma soprattutto di ripristinare siti compromessi, più che deteriorati (in questo caso scatta il disastro ambientale con necessità di bonifiche). Se il direttore di Legambiente, Stefano Ciafani, ha ricostruito la lunga marcia, dal 1994 al 2015, per arrivare alla legge, con le resistenze di Confindustria e di gran parte del mondo industriale (ma c’è stata anche un’imprenditoria sana che l’ha voluta contro le concorrenze sleali), l’avvocato Luca Tirapelle, presidente del Ceag di Verona, e specializzato in diritto ambientale ha illustrato le caratteristiche tecniche della legge, fino ai recenti chiarimenti della Cassazione e ai nodi da chiarire in futuro

La Tribuna di Treviso – 22 novembre 2016 

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