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Effetti recessione. 160mila posti a rischio, 141 tavoli anti-crisi

Dagli elettrodomestici alla tecnologia. «Fino al 9 agosto abbiamo attività»: oggi c’è un incontro con Cantieri Apuania di Marina di Carrara, poi un tavolo con la Sixty, azienda di abbigliamento, in settimana anche un tavolo tecnico sulle acciaierie Lucchini.

«Poi si ritorna per un settembre caldo», dice Giampietro Castano, ex sindacalista della Fiom, che da diversi anni sovraintende all’unità per la gestione delle vertenze del ministero dello Sviluppo economico dove con le aziende, i sindacati e gli enti locali si affrontano le crisi aziendali per provare a trovare nuovi proprietari o magari a cambiare la produzione, salvando il bene più prezioso, i posti di lavoro. Sulla scrivania di Castano c’è un elenco delicato di 141 vertenze, che mettono a rischio 168.462 lavoratori. Per poco più di un terzo delle aziende è stata individuato una soluzione, mentre 88 di questi tavoli sono ancora aperti al confronto, con incertezza sul futuro di 111 mila lavoratori, dicono le tabelle del ministero.

In alcuni casi pesa la crisi dell’acciaio che corre parallela a quella finanziaria, in altri è delocalizzazione della produzione che ha portato a chiudere gli impianti, poi ci sono le difficoltà di quelle imprese i cui prodotti sono superati dai tempi. E su tutte pesa la recessione che erode mese dopo mese la capacità produttiva. Le crisi aziendali agitano il Sud, dove il caso Ilva rischia di far esplodere, trascinando l’indotto, una situazione già pesante, il Centro e il Nord della penisola colpendo le imprese di elettrodomestici in Umbria, nelle Marche e in Friuli, o il distretto della ceramica e le industrie tessili della Toscana passando per la Vinyls di Porto Marghera.

IL DOSSIER – Molti di questi casi sono citati in un dossier della Cgil, che ha fatto la mappa delle crisi che richiedono una soluzione in autunno. Nel settore degli elettrodomestici c’è la Indesit che ha annunciato la chiusura del sito di None (Piemonte) per trasferire la produzione di lavastoviglie in Polonia: in bilico ci sono 360 lavoratori per i quali la cassa integrazione è in scadenza; e la Electrolux il cui piano sociale che prevedeva 30 milioni per evitare circa 800 licenziamenti negli stabilimenti di Porcia e Susegana, dice il sindacato, è «rimasto sulla carta»: 500 lavoratori in esubero e da ricollocare sono in cassa integrazione straordinaria a rotazione e c’è incertezza sul futuro al termine del periodo di copertura. E ancora nella chimica, la Vinyls: per molti dei 150 lavoratori di Porto Marghera la Cig è scaduta, e attendono ancora la cessione di ramo d’azienda e la riconversione industriale. Nel settore metallurgico, oltre alle vicende Eurallumina e Alcoa in Sardegna, che nell’elenco del ministero sono tra quelle segnalate come ancora da risolvere, le acciaierie Lucchini hanno fatto ricorso ai contratti di solidarietà per 1.900 lavoratori. Nei beni di consumo c’è la crisi del distretto del mobile imbottito che investe la Murgia, tra Matera, Bari e Taranto. Erano 500 le aziende che occupavano 14 mila lavoratori, oggi sono un centinaio e danno lavoro a circa 6 mila addetti, il tutto con un utilizzo della cassa integrazione che ormai è strutturale (90%). La Nokia – prosegue il sindacato – ha aperto la procedura di licenziamento per 445 dipendenti su 1.104 lavoratori in Italia: chiudono le sedi di Catania e Palermo e viene ridotto il personale a Milano, Roma e Napoli; per la Sirti (istallazioni telefoniche) gli esuberi sono 1.000, i lavoratori in cassa 622. «Queste crisi – avverte il sindacato – non possono concludersi con il solo intervento degli ammortizzatori sociali». Secondo una simulazione della Cgil aggiornata a giugno in base alle ore ammesse dall’Inps, sono mezzo milione i lavoratori in cassa integrazione a zero ore, con il reddito decurtato di 4 mila euro l’anno. Un numero che sale ancora, se si considera il boom delle ore di cassa autorizzate a luglio, 115 milioni, e 640 milioni in sette mesi.

IL CASO PUGLIA – Nel bollettino sulle ore di cassa stilato mensilmente dall’Istituto di previdenza, oltre all’aumento del 44% delle richieste da un anno all’altro, colpisce il caso Puglia dove in trenta giorni, da giugno a luglio, le ore di cassa sono triplicate. Quasi 12 milioni (11.821.341), mentre quelle di giugno 4.044.179. Come si spiega? In primo luogo «il peso dell’Ilva e dell’indotto picchia. La produzione è al minino, al di là delle ultime vicende», risponde Castano. Poi ci sono «crisi croniche», come quelle della Miroglio, gruppo tessile, che ha chiuso due stabilimenti, e il gruppo calzaturiero Filanto, nel Salento, che «va avanti solo con la cassa». E ancora: la Natuzzi, il cui 60% della forza lavoro è il cassa integrazione, e i semilavorati che vi ruotano intorno. E c’è la Om Carrelli elevatori, un gruppo tedesco, che ha chiuso la fabbrica nella zona industriale di Bari per tornare a produrre in Germania, «quindi ora lo stabilimento va reindustrializzato». «L’Ilva rappresentato il 20% del Pil industriale della Puglia – dice il segretario regionale della Cgil Gianni Forte -. Siamo preoccupati anche sul futuro dell’indotto e degli appalti che già avevano subito un appesantimento».

Corriere.it – 6 agosto 2012

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