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L’effetto crisi sulle pensioni. Ecco tutti i calcoli per l’assegno. L’andamento del Pil può incidere fino a 20-25%

pensione sodiorizL’Inps avverte: servono crescita duratura e mercato del lavoro efficiente per garantire pensioni adeguate. E denuncia gli effetti della crisi invocando spazio per la previdenza complementare: l’importo degli assegni oscilla fino al 20% a seconda del Pil. Per conseguire un assegno previdenziale più consistente un lavoratore può ritardare l’età del pensionamento, può trarre beneficio da un incremento dello stipendio o del reddito e conseguentemente dei contributi versati, può in alcuni casi effettuare versamenti aggiuntivi e può ricorrere al secondo pilastro. Ma c’è una variabile a lui esterna su cui non può intervenire e che, da sola, incide in modo consistente sull’importo della pensione e, più in generale, sulla tenuta dell’intero sistema: la variazione annua del prodotto interno lordo a cui è collegata la rivalutazione dei contributi versati.

Con il sistema contributivo, infatti, il montante individuale alla fine di ogni anno viene rivalutato su base composta a un tasso di capitalizzazione pari alla variazione media quinquennale del Pil nominale calcolata dall’Istat.

Ne consegue che, tenendo immutate le altre variabili, se il Pil cresce poco o per nulla, dopo 20-30 anni gli importi accantonati varranno di meno di quanto accadrebbe con un’economia in fase espansiva. Dal punto di vista pratico, il tasso di sostituzione (cioè quanto varrà il primo assegno pensionistico rispetto all’ultima retribuzione) si ridurrà.

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I fattori in gioco

I lavoratori dipendenti che andranno in pensione dopo il 2020 dovranno innanzitutto fare i conti con gli effetti delle ultime riforme previdenziali, che hanno alzato i requisiti e introdotto la revisione triennale e poi biennale dei coefficienti di trasformazione. Come calcolato dalla Ragioneria generale dello Stato (si veda il Sole 24 Ore del 7 luglio) dal 2020 in poi il tasso di sostituzione netto passerà dall’84 al 77 per cento. Dopo il 2035 si scenderà al 71% quale effetto principalmente del passaggio dal pensionamento di vecchiaia del regime misto a quello anticipato del regime contributivo. Per gli autonomi, invece, il salto avverrà prima, dato che dal 94% di inizio decennio si arriverà al 74% del 2020. Dagli esempi riportati a inizio pagina si vede che per garantirsi una pensione pari almeno al 70% dell’ultima retribuzione in molti casi si dovranno accumulare più di 40 anni di contributi e avvicinarsi alla soglia dei 70 anni di età.

Tra i fattori da considerare c’è pure l’andamento della retribuzione, anche se questa risulta decisamente più determinante con il sistema retributivo che collega direttamente l’assegno allo stipendio degli ultimi anni, per cui un’accelerazione di carriere nel finale garantiva effetti positivi. Rispetto a quest’ultimo il sistema contributivo “avvantaggia” le carriere piatte e discontinue perché prende in considerazione tutto quanto è stato versato.

Comunque i più giovani, assoggettati interamente al sistema contributivo, dovranno contare sui contributi versati nel corso della carriera lavorativa, sperando che sia il più possibile continuativa, in modo da non perdere anni e ritrovarsi a 70 anni con un montante ridotto. Ma, appunto, dovranno fare i conti anche con gli effetti dell’andamento dell’economia e del Pil. Le simulazioni effettuate da Aon Hewitt Consulting mettono bene in evidenza gli effetti di questa variabile.

Gli effetti

Un quarantaduenne di oggi, che ha iniziato a versare i contributi a 25 anni, se andrà in pensione a 68 anni potrà contare su un’assegno pari al 65,6% dell’ultima retribuzione (30mila euro lordi). Questo se la variazione del Pil medio durante la sua vita lavorativa sarà stata dell’1 per cento. Con una variazione del 2%, invece, potrà contare sull’80,5%, un valore vicino a quello garantito dal sistema retributivo.

Ma se il Pil dovesse rimanere invariato, il tasso di sostituzione scenderebbe al 54,2 per cento. In media si può dire che per un punto percentuale di Pil il tasso di sostituzione oscilla di 10 punti percentuali, con picchi però che possono arrivare al 20% per i redditi più bassi e se si ritarda il pensionamento o scendere al 6-7 per le retribuzioni più elevate. Si tratta di oscillazioni sensibili, che una persona potrà contrastare, una volta giunto in prossimità della pensione, ritardando la data in cui cesserà di lavorare. Ritirandosi a 70 anni invece che a 68 (difficile immaginare di andare oltre), potrà infatti contare su un tasso di sostituzione del 74,2% invece che del 65,6% (a fronte di una variazione media del Pil dell’1 per cento).

Il punto è che molte elaborazioni, tra cui quella della Ragioneria dello Stato, ipotizzano proprio un tasso di variazione medio del Pil all’1,5% nel lungo periodo (fino al 2060). A fonte dell’andamento dell’economia italiana negli ultimi anni queste ipotesi rischiano di essere ottimistiche. Non va dimenticato, infatti, che per esempio nel 2013 la variazione del Pil è stata pari a -1,9 per cento. Se il quadro di difficoltà dovesse protrarsi a lungo a pagarne le conseguenze saranno ovviamente le generazioni più giovani perché per chi è prossimo alla pensione un’economia stagnante negli ultimi anni di lavoro incide poco sul tasso di sostituzione.

«Solo con lo sviluppo pensioni sostenibili»

Conti (Inps): sistema in equilibrio ma serve più previdenza complementare – Pronti per la «busta arancione». Il ministro Poletti: «Entro l’anno sperimentiamo un piano di informazione previdenziale ai lavoratori». E sul welfare: «Ci serve una banca dati unica»

Non basta avere un sistema previdenziale finanziariamente sostenibile. Bisogna assicurarsi anche che sia in grado di garantire assegni adeguati a chi è in pensione oggi e a chi lo sarà domani. E l’unica garanzia per centrare questi obiettivi la possono dare solo una crescita dell’economia duratura e un mercato del lavoro che funzioni.

A costo di sfidare l’ovvietà il commissario straordinario dell’Inps, Vittorio Conti, ieri ha scelto di affrontare il nodo cruciale del nostro modello contributivo nella Relazione annuale presentata a Montecitorio davanti al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e la vicepresidente della Camera, Marina Sereni. Conti ha offerto esempi lineari, di quelli destinati a fissarsi nella mente di tutti: «Il passaggio da una crescita di lungo periodo dello 0,5% ad un tasso dell’1,5% potrebbe comportare, per un neoassunto, un aumento della pensione attesa mediamente più elevata del 20%». E ancora: «Cinque anni di disoccupazione nei primi 10 anni di percorso lavorativo possono comportare due anni di lavoro in più, a fine carriera, per recuperare un tasso di trasformazione (il rapporto tra la pensione e l’ultimo stipendio, ndr) associato ad una vita lavorativa continua e regolare fin dall’inizio».

Da un modello pensionistico finanziato a ripartizione non si torna indietro, è stato il ragionamento di Conti. E se le ultime grandi riforme lo hanno messo in sicurezza (la spesa pensionistica sul Pil dell’Italia scenderà dello 0,9% da qui al 2060 mentre mentre nell’Ue 27 salirà di 2 punti) questo non significa che il percorso sia stato completato. L’impalcatura va sorretta anno dopo anno: i cittadini che possono devono preoccuparsi dell’adeguatezza delle loro pensioni future accedendo alla previdenza integrativa, mentre i policy maker devono attivare tutte le leve indicate nel Libro bianco della Commissione Ue del 2012: politiche per l’invecchiamento attivo, attivazione dei sistemi integrativi, pensioni complementari compatibili con la mobilità professionale e territoriale, vita lavorativa e rendite correlate alla speranza di vita.

Conti ha insistito sulla necessità di rafforzare le adesioni alla previdenza complementare e, nel contempo, ha auspicato una maggiore concentrazione dei fondi, oggi troppo numerosi e frammentati. Se un lavoratore – è stato l’altro esempio proposto – destinasse a forme di previdenza complementare il Tfr integrato fino ad una contribuzione del 10,5% (di cui il 3,6% a carico del lavoratore e del datore di lavoro), il tasso di trasformazione lordo equivalente, per effetto della rendita aggiuntiva, potrebbe migliorare dai 14 ai 19 punti, a fronte di rendimenti attesi lordi rispettivamente nell’ordine del 2-4%. Nessun risultato è scontato – ha ammonito il commissario – compresi i risparmi che l’ultima riforma garantisce sulla carta e che potrebbero essere utilizzati all’interno del sistema di welfare. L’anno scorso le nuove pensioni di anzianità sono calate del 32% e quelle di vecchiaia del 57%, nel settore privato. E non è andata tanto diversamente per gli impiegati pubblici, con un dimezzamento dei nuovi assegni. «Solo via via che matureranno le condizioni – ha detto Conti – sarà possibile verificare gli ammontari disponibili». Giusto ragionare di maggiori flessibilità in uscita e salvaguardie per gli “esodati”, insomma, ma tenendo conto della sostenibilità complessiva del sistema.

L’Inps, in questo percorso, è a disposizione del Paese come l’infrastruttura del welfare. Pronta a far decollare la famosa “busta arancione”, ovvero quel sistema informativo sulle pensioni future di cui si parla da oltre un quindicennio. Pronta a metter in campo una “piattaforma nazionale del welfare”, in cui l’Istituto funga da provider che fornisce a tutti gli attori della filiera (Stato, Regioni, Comuni, centri per l’impiego) piattaforme e servizi in ottica di sussidiarietà.

Dopo la misura varata con la legge di stabilità per sanare le passività ereditate dall’Inpdap, quest’anno l’Inps prevede un attivo patrimoniale di 21 miliardi a fine 2014; migliora l’equilibrio gestionale, con un disavanzo che scende dai 12 miliardi del 2012 ai 7,9 del ’13; e qui ancora pesa lo squilibrio dell’ex cassa dei dipendenti degli enti locali «da affrontare in maniera strutturale dal legislatore» ha chiesto il commissario, che poi ha evocato il nodo governance: va sciolto per definire compiti e responsabilità degli organi di gestione e di quelli d’indirizzo. Indicazione quanto mai tempestiva, visto che il mandato di Conti scade a settembre mentre quello del direttore generale, Mauro Nori, a dicembre. Un passaggio che coinciderà con le verifiche sul piano industriale in pieno corso e che ipotizza, tra l’altro, il reclutamento di 2.500 nuovi addetti nel prossimo triennio (oggi Inps è sotto i 30mila dipendenti, gli stessi che aveva nel 2008 prima dell’accorpamento di Inpdap ed Enpals).

Il ministro Poletti ha colto tutte le sollecitazioni, a partire da quella sulla “busta arancione”: «Una sperimentazione corposa deve partire entro l’anno sulla base dell’istruttoria già fatta». I dati Inps sulla previdenza, ha osservato il ministro, sono «rassicuranti e vanno nella direzione di un positivo consolidamento futuro». Quello che serve ora, anche in vista dell’attuazione della delega lavoro, è «una banca dati unica e unita per le politiche sociali, del lavoro, previdenziali e assistenziali» ha detto Poletti, che sulla governance ha assicurato la massima attenzione del Governo: «Intendiamo procedere e valutare con le parti sociali una serie di decisioni per dare all’istituto le condizioni di massima operatività».

Un sistema in equilibrio ma non sempre adeguato

Nell’ultimo periodo diversi istituti, pubblici e privati, hanno prodotto numerose proiezioni delle prestazioni che i lavoratori dipendenti potrebbero maturare al pensionamento dall’Inps. Abbiamo visto tutta una serie di risultati (in alcuni casi di difficile riconciliazione) ed anche noi abbiamo elaborato le nostre (si veda lo schema a fianco). Proviamo ora a riassumere. È vero, innanzi tutto, che l’attuale sistema garantisce al pensionamento un livello di copertura adeguato? Probabilmente sì. Ma solo in alcune situazioni: con un pensionamento in età avanzata (a circa 70 anni), con una carriera non particolarmente brillante (sufficientemente piatta), costante (non con tanti buchi contributivi) e con una crescita del Paese ragionevole (e su questo punto ci torneremo). In tutte le altre situazioni, invece, molto probabilmente la copertura offerta dal sistema pensionistico pubblico dovrà essere assolutamente integrata da una prestazione previdenziale ulteriore che consenta al lavoratore di mantenere anche dopo la cessazione dal servizio lo stesso tenore di vita. In particolare tali necessità possono essere individuate in presenza di carriere un pochino più brillanti (ma neanche tanto) e, soprattutto, in caso di pensionamento anticipato (con più probabilità, per coinvolgimento in operazioni straordinarie sui dipendenti). Un punto quest’ultimo fondamentale che rende assolutamente auspicabile l’introduzione di disposizioni che consentano alla previdenza complementare di erogare prestazioni più flessibili, eventualmente temporanee, di tipo ponte, anche prima del raggiungimento del pensionamento definitivo nell’ambito dell’Inps. L’entità dell’ulteriore copertura necessaria dipende dalle caratteristiche individuali del lavoratore. È bene quindi procedere per tempo a un’attenta pianificazione e monitoraggio della posizione pensionistica personale per verificare effettivamente le esigenze di coperture aggiuntive, eventualmente da finanziare. L’adeguatezza della copertura offerta dall’Inps infatti è da valutare caso per caso. Un discorso separato deve poi essere condotto con riferimento ai quadri economici utilizzati nelle proiezioni di lungo termine. Infatti sotto un profilo di computo matematico teorico, ipotizzare una crescita del prodotto interno lordo nulla (o addirittura negativa) non comporta alcuna difficoltà. La proiezione potrà essere in ogni caso effettuata. Ritenere però che il nostro sistema pensionistico (finanziato sempre, ed interamente, tramite il metodo della ripartizione) possa mantenere, in contesti del genere, la sua sostenibilità finanziaria di lungo termine è sicuramente un aspetto da valutare attentamente. La possibilità che in assenza di una crescita adeguata l’attuale metodologia di calcolo utilizzata non debba essere soggetta a ulteriori profonde revisioni è un elemento che dovrebbe essere tenuto in forte considerazione nella stima delle prestazioni future.

Il Sole 24 Ore – 9 luglio 2014 

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