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Effetto placebo. Ecco perché è una vera medicina. Lo chiamano “open label”, è l’ultima frontiera. Secondo gli studiosi il meccanismo innescato aiuta a stare meglio

Elena Dusi. LA sperimentazione che sta per partire all’università di Baltimora è piuttosto inusuale. Vi partecipano persone malate, ma i medici spiegheranno loro con chiarezza che non possono aiutarle. Gli somministreranno un farmaco, ammettendo che non contiene nessun principio attivo efficace. E poi aspetteranno con fiducia la guarigione, o quanto meno il miglioramento dei sintomi.

Sembrerebbe un controsenso, ma nel mondo dell’effetto placebo non è la logica a farla da padrona. Nel 2010 un ricercatore di Harvard si accorse che le pillole di “acqua fresca” sono efficaci anche quando il paziente è consapevole di non assumere un farmaco vero. E da allora le sperimentazioni con il placebo “open label” — in cui il malato è informato della natura del trattamento — sono state avviate per depressione, emicrania, mal di schiena, sindrome da deficit di attenzione e iperattività e — oggi a Baltimora — per la spossatezza che segue il trattamento contro il cancro.

La scelta di confessare ai pazienti di aver prescritto un placebo nasce dal disagio che alcuni medici provano nel mentire. Ted Kaptchuk, il ricercatore di Harvard che per primo ha adottato il “placebo onesto” ha osservato che i suoi benefici si fanno sentire, migliorando i sintomi di circa il 20% (nel suo caso i pazienti soffrivano di sindrome del colon irritabile). Il segreto, secondo lui, è spiegare bene ai malati che il placebo non è semplicemente acqua fresca, ma una pratica medica ben studiata e consolidata, capace di trarre vantaggio dal rapporto fra mente e corpo.

Teri Hoenemeyer, direttrice dei servizi di supporto del Cancer Center dell’università dell’Alabama, sta iniziando in questi giorni la sua sperimentazione su un gruppo di ex malati di cancro che si sono sottoposti ad almeno sei mesi di trattamento e soffrono di sindrome da affaticamento. Un gruppo riceverà una pillola di “placebo onesto” per sette settimane, l’altro nessuna cura. Alla fine i ricercatori misureranno gli eventuali miglioramenti di chi ha ingoiato nulla più di una caramella e analizzeranno il Dna dei volontari per controllare — come è stato ipotizzato — se davvero l’efficacia del placebo è legata al profilo genetico.

Il compito più difficile sarà mettere in piedi una teoria sul controsenso di un “placebo senza inganni”. L’ipotesi avanzata da Kaptchuk è il cosiddetto “effetto film dell’orrore”. Chi si trova di fronte allo schermo sa che si tratta di una finzione, ma non può fare a meno di impaurirsi. «Esiste una componente inconscia in molte procedure legate all’effetto placebo, per esempio nel dolore» conferma Fabrizio Benedetti, neuroscienziato dell’università di Torino e autore di molte ricerche sul tema. «Anche se i miglioramenti dell’open label sono piccoli, la sfida oggi è capire quali malattie potrebbero trarne i maggiori benefici».

Repubblica – 7 agosto 2015 

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