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Veneto. Esaurito il fondo Covid, le Usca escono di scena. Restano a casa anche i medici in quiescenza rientrati in servizio per l’emergenza. Le opposizioni: “Falla dovuta a incapacità di programmazione”

Restano a casa i camici bianchi in quiescenza e rientrati in servizio per l’emergenza Covid, perché le Usl non hanno più soldi per pagarli. Per lo stesso motivo dal 30 giugno hanno concluso la loro missione le preziose Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale nate per affiancare i medici di famiglia nell’assistenza dei pazienti Covid meno gravi, dei fragili e dei cronici. Il Veneto era riuscito ad attivarne una cinquantina rispetto alle 96 previste. Il comune denominatore è economico: benché lo stato d’emergenza sia cessato il 31 marzo scorso, già dal 31 dicembre 2021 il governo ha esaurito il fondo Covid da ripartire tra le Regioni, benché le stesse nel frattempo abbiano speso altri 8 miliardi.

Le spese e i fondi statali

Il Veneto ha investito in totale 1,6 miliardi di euro, ricevendo dallo Stato un rimborso di 850 milioni. E così ieri mattina, durante una videocall, i tecnici dell’area Sanità della Regione hanno comunicato ai capi del personale delle aziende sanitarie che se anche il ministero della Salute ha prolungato al 31 dicembre il contratto dei medici pensionati tornati in reparto in regime di co.co.co, possono mantenerli in servizio solo le Usl che se li pagheranno di tasca propria. «Per quanto riguarda le Usca, dobbiamo rispettare la cessazione al 30 giugno imposta da decreto e non prorogata — spiega Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità —. Però, vista anche la nuova ondata di contagi, abbiamo dato alle Usl la possibilità di sottoscrivere contratti di libera professione da 30 euro l’ora e non più da 40 ai medici che facevano parte delle Usca o altri, per assolvere le medesime mansioni. Una formula più flessibile, con cui ci aspettiamo di recuperare camici bianchi finora impegnati solo nelle Usca pure per coprire zone carenti di medici di base».

Il problema pensionati

Per i pensionati però il problema resta: ormai distolti da vaccinazioni e tamponi, servono a garantire i turni nei reparti. «Il collega che dal 30 giugno è stato lasciato a casa dall’Usl Scaligera era fondamentale per il Centro trasfusionale dell’ospedale di Legnago — rivela Stefano Badocchi della Cimo (ospedalieri) —. Adesso sono rimasti in due e il reparto dovrà chiudere dieci giorni al mese. E i punti prelievi e donazioni sono a rischio». Altre Usl, come la Pedemontana, sono riuscite a trovare i soldi per prorogare i contratti ai pensionati, mentre alcune preferiscono spenderli per assumere specialisti, benché per diverse specialità (Emergenza-urgenza, Anestesia e Rianimazione, Pediatria, Radiologia) non se ne trovino. «Così il sistema rischia il collasso», denuncia Annamaria Bigon (Pd), vicepresidente della commissione Sanità.

I medici di famiglia

Storcono il naso i medici di famiglia. «Era noto da tempo alla Regione che il 30 giugno sarebbero cessati i contratti con i medici Usca, eppure non c’è stato alcun contatto con i sindacati per delineare la riorganizzazione dell’assistenza territoriale — rimarca Maurizio Scassola, segretario regionale della Fimmg —. In compenso ora la Regione chiede a noi di supportare le Usl per le visite e i tamponi domiciliari ai pazienti Covid, le vaccinazioni e la somministrazione degli antivirali ai malati non trasportabili e privi di assistenza, il contact tracing, la terapia con monoclonali. Il tutto continuando l’attività quotidiana. Diciamo no». Lanzarin assicura che è in via di designazione il Comitato di confronto con la categoria. (dal Corriere del Veneto(

Il Pd: “Falla dovuta a incapacità di programmazione. Prorogarle come in altre Regioni”

“La difesa ad oltranza della Giunta Zaia, che per l’ennesima volta scarica altrove le proprie responsabilità, sta diventando cronica e patetica. Non ci sono scuse: la cessazione delle Usca, senza preavviso, è il frutto di una incapacità programmatoria e in termini di investimento da parte della Regione”.

La presa di posizione è delle consigliere regionali del PD Veneto, Anna Maria Bigon (vice presidente della Commissione Sociosanitaria), Vanessa Camani (vice presidente della Commissione Bilancio) e Francesca Zottis (vice presidente del Consiglio e componente della Quinta Commissione).

“La prima cosa da fare, per tamponare questo buco pesantissimo perché nel pieno del rialzo dei contagi, è prorogare le Usca, così come hanno fatto Emilia Romagna, Sardegna e Marche. Era risaputo da mesi che a fine giugno sarebbe stata indispensabile una riorganizzazione per far fronte alla pandemia. Eppure nulla é stato fatto per tempo, col risultato che il sistema veneto, già in gravissime difficoltà, si ritrova allo sbando anche nel fronteggiare la nuova ondata pandemica”.

Le esponenti dem sottolineano come “le eterne lamentele sulla scarsità di risorse sono infondate. In questi anni di pandemia il governo ha ristorato tutto e tutti. Non solo: per la prima volta dopo decenni il Fondo nazionale sanitario sale. E inoltre la Giunta sta presentando una manovra di assestamento da 28 milioni, di cui 9 devoluti dal Consiglio e 8,5 recuperati grazie ad una ricontrattazione di mutui con lo Stato. E infine, va detto che il Veneto destina praticamente i tre quarti del proprio bilancio alla sanità: è impossibile ritrovarsi scoperti e impreparati, se non a causa di una gestione totalmente inadeguata. Le risorse ci sono eccome, ma bisogna saperle usare”.

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