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Europa, l’agroalimentare italiano perde colpi ed è in coda per reddito e valore aggiunto

1parmigiano_prosciuttoContrordine, signori: l’agroalimentare è un affare per le aziende agricole, lo dicono i dati dell’export 2010 (gli unici in crescita in un’annata caratterizzata dalla crisi economica in tutti i settori). Ma non è tutto oro quel che luccica e a Bruxelles quei risultati così sfavillanti guardati in controluce danno un’altra dimensione del fenomeno. Ebbene l’agricoltura italiana, e quella del Sud in particolare (da dove proviene oltre il 50% delle produzioni tipiche da export in tutto il mondo) annaspa, non ce la fa a reggere il passo degli altri paesi dell’unione. Il paese del parmigiano e del culatello, della passata di pomodoro e delle orecchiette, è nel ristretto novero dei 5 stati membri europei rimasti in coda per reddito agrario e valore aggiunto.

La crisi economica mondiale che ha colpito i bilanci di tutti gli stati del pianeta c’entra poco e anzi a questo punto rischia di diventare un dannoso alibi se ben 22 paesi europei nell’anno della grande depressione hanno incrementato il proprio guadagno con cifre anche da capogiro (è il caso della Francia, +30%) mentre l’Italia vede miseramente arretrare la sua posizione di un altro 3% rispetto alle perdite già rendicontate nel 2009.

C’è qualcosa che non va nel nostro sistema paese se anche l’agricoltura, il grande polmone finanziario anche oggi che la Comunità europea ha ridotto gli aiuti alla produzione, perde colpi al punto che anche le economie di stati più giovani sul piano dell’appartenenza comunitaria come Polonia e Repubblica ceca, diventano per l’opulenta e un po’ sonnacchiosa Italia le nuove “tigri” capaci di insidiarne prestigio e valori. A Bruxelles in questi giorni entra i dirittura d’arrivo la discussione sulla nuova Politica agricola comunitaria destinata a introdurre criteri ancor più selettivi nella distribuzione dei criteri di finanziamento alle imprese. Entrerà in vigore nel 2013, ma già ora l’Unione europea punta sull’affermazione di quei principi virtuosi che hanno inspirato la prima tornata della “Pac” (2006) con la progressiva riduzione degli aiuti in un quadro di regole improntate al mercato.

“Puntiamo sull’affermazione di un modello che come punto di riferimento i bisogni di 500 milioni di cittadini comunitari e non soltanto di 10 milioni di agricoltori”, dice Paolo De Castro, presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale dell’unione europea. Per l’ex ministro del governo Prodi, grande architetto della legge per l’Agenzia sull’Authority per la sicurezza alimentare di Foggia, siamo nel mezzo di un passaggio epocale che non incide solo sulle regole “agricole” ma detta la linea di un modello di sviluppo a 360 gradi. L’Italia arretra eppure i nostri prodotti sono tra i più copiati nel mondo. Ci dev’essere qualcosa di autolesionistico se continuiamo a perdere allegramente posizioni nella gerarchia commerciale, oppure parliamo di dati differenti: ci sono molte imprese che guadagnano dall’export agroalimentare e dei dati dell’Unione se ne infischiano. “I più grandi paesi dell’Unione come Francia e Germania hanno registrato un reddito agricolo con punte da capogiro, penso al +30% della Francia, ma anche al +22% della Germania. La nostra Italia purtroppo resta in coda e non possiamo certo pensare che se corrono gli altri prima o poi correremo anche noi. È una situazione che deve far riflettere tutti, l’Unione fa le regole ma è in queste regole che poi ognuno deve regolarsi di conseguenza”.

Si dice che l’Italia abbia lo stellone della qualità. “Non basta più, bisogna rafforzare il ruolo dei nostri agricoltori sui mercati. I francesi si presentano uniti perciò guadagnano. È necessario che i nostri consorzi di tutela, le nostre organizzazioni di prodotto si attrezzino per affrontare il mercato alla luce dei cambiamenti in corso”. Oltre alla nuova Pac il sistema comunitario sta esaminando due pacchetti legislativi molto importanti proprio sulla qualità e le quote latte. “Ecco, la direzione che ha preso l’Unione Europa con il pacchetto latte sarà l’occasione, a mio avviso, per l’agricoltura italiana per salire sul treno dei cambiamenti. Ma bisogna saperla cogliere. Il dibattito che sta impegnando gli 85 deputati della commissione Agricoltura e sviluppo rurale, riguarda la riforma della politica agricola comune che resta il nodo centrale della nostra azione perché ricordiamo che il nostro paese riceve dalla Pac 6,3 milardi di euro, circa un quarto dei redditi italiani viene sostenuto dalla politica agricola comunitaria. Ma accanto al dibattito sulla riforma della Pac vareremo nei prossimi mesi questi altri 2 pacchetti legislativi molto importanti per il futuro dell’agricoltura europea”. Lotta alle sofisticazioni e alle contraffazioni selvagge, anche l’Unione europea si adegua dopo la legge sull’etichettatura obbligatoria in Italia. “La qualità, tutto il sistema di certificazione della qualità sarà oggetto di riforma. Verranno rafforzati gli strumenti di controllo per il sistema dei consorzi di tutela: voglio a questo proposito ricordare che un grande paese come la Cina ha riconosciuto di recente due prodotti di pregio del made in Italy come il Grana padano e il prosciutto di Parma. Quanto al latte, il sistema che stiamo proponendo dà più forza ai produttori e integra l’offerta a vantaggio di una migliore concorrenza, perchè oggi gli attori a valle della filiera sono notoriamente più forti e organizzati degli agricoltori”. Secondo lei il clima di instabilità nei paesi del Mediterraneo è un punto di forza o di debolezza per il Mezzogiorno? “È l’area in cui l’Europa ha il maggiore interscambio, grazie a questa impostazione potremmo contenere i flussi migratori. Finora però non è stato così, devo riconoscere che l’Europa è stata finora abbastanza assente dal recitare un ruolo nelle tensioni nel Mediterraneo. Voglio ricordare che queste tensioni nascono sì da instabilità politiche molte delle quali però innescate da un problema di sicurezza alimentare: per un paese che spende il 50% del suo reddito procapite, il raddoppio prezzi significa non poter mangiare”.

fonte: La Gazzetta dell’Economia

07/04/2011

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