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Processo a Pescara. «Hanno copiato dalla Rigoni le marmellate»

E’ iniziato ieri il processo a Pescara a carico di sette persone. L’ipotesi dell’accusa per varie aziende è di aver contraffatto il marchio vicentino vendendo negli Usa prodotti simili ma di qualità inferiore

PESCARA Una banda di falsari che aveva emulano i marchi di una notissima società vicentina per mettere in commercio prodotti simili, sfruttandone il nome, ma di qualità inferiore. È questa l’ipotesi della procura di Pescara, che ha chiesto e ottenuto il giudizio a carico di sette persone. Il processo è iniziato ieri nel capoluogo abruzzese, dopo un lungo tira e molla, ed è stato rinviato di un anno; e se alla sbarra ci sono 7 persone, ieri si è costituita parte civile la “Rigoni di Asiago”, che con gli avv. Lucio Zarantonello e Laura Piva chiede danni ingenti. In realtà la richiesta maggiore di risarcimento – per milioni di euro – è stata già avanzata in sede civile, con la causa promossa dagli avv. Mario Fiorella e Emanuele Giordano. Non solo confezioni identiche ed etichette similari. I falsari della marmellata per gli Usa, secondo gli inquirenti, avrebbero usato anche i codici identificativi per il mercato “biologico” della Rigoni di Asiago. Nel 2008, era stato il corpo forestale con la collaborazione dei Nas a ricostruire l’accaduto e a denunciare i presunti responsabili per frode in commercio e uso di marchi falsi. Si tratta dei titolari delle società “Adi apicoltura”, “Orto d’autore” e “Giulianese” che producono marmellate, di “Etimar srl” che stampava le etichette e di “Margan design studio” che le avrebbe ideate. All’epoca, fra i denunciati comparivano Luigi Giampaolo, 51 anni, di Pescara; Angelica Olivastro, 41, e di Antonella Plescia, 37, di Ururi (Campobasso). A loro è contestata la contraffazione del marchio “Fiordifrutta” che è usato dalla Rigoni. La Rigoni, infatti, si era accorta che nel mercato statunitense, dove i prodotti della società di Asiago sono quanto mai apprezzati, giravano marmellate biologiche con il suo marchio ma che non erano state prodotte sull’Altopiano. Com’era possibile? In base a quanto ricostruito, le società abruzzesi avevano in passato ottenuto la certificazione biologica dall’organismo “Suolo e salute” di Bologna. All’epoca, usavano la marmellata prodotta da “Orto d’autore”, peraltro senza rispettare, secondo l’accusa, tutte le normative sul confezionamento. Poi l’azienda abruzzese avrebbe acquistato marmellata da altre aziende. Quel prodotto veniva confezionato e poi etichettato e alla fine stipato nei container che, dai porti di Livorno, Napoli e Civitavecchia, veniva spedito negli Stati Uniti, dove un’altra società – coinvolta in un’altra causa – si occupava della commercializzazione di quelle marmellate, usando nomi e simboli molto simili a quelli degli asiaghesi. Le ditte abruzzesi, fra l’altro, avrebbero venduto marmellate di qualità simile, ma inferiore a quelle di Asiago, perchè avrebbero utilizzato succo d’uva anzichè succo di mele, che è più pregiato; e dubbi sono stati avanzati anche in merito alla dicitura “biologico”. Quello che è certo è che il danno economico, soprattutto negli Usa, per la “Rigoni” è stato finora assai ingente.

Il Giornale di Vicenza – 21 ottobre 2012

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