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Farmaci, per i principi attivi dipendenza dall’estero al 74%. La percentuale dalla Cina vale il 70%, ora le imprese chiedono alla Ue di riportare le produzioni in casa

L’import asiatico in crisi

Dei 3.200 farmaci carenti in Italia indicati nella lista appena aggiornata dall’Aifa per oltre 900 prodotti – quindi quasi un terzo – ci sono «problemi produttivi», come evidenziato dalla stessa Agenzia italiana del farmaco. Pesano dunque le difficoltà di approvvigionamento appena citati oltre ai problemi legati a volte alla distribuzione. Per tutti gli altri oltre all’ «elevata richiesta» in diversi casi è «cessata la produzione».

Ci sono anche situazioni che, secondo alcune aziende, stanno degenerando. Lo testimonia la Olon, una delle poche aziende che in Italia realizza ancora il principio attivo. Racconta che nell’ultimo periodo il governo cinese ha proprio bloccato le esportazioni di ibuprofene, pertanto il gruppo si è assicurato lo stock di copertura con una strategia di diversificazione delle fonti di materie prime in India, sufficiente fino a giugno. A breve intensificherà gli acquisti per assicurarsi il prodotto più a lungo termine.

La filiera interrotta

Per trovare la radice di questi «problemi produttivi» bisogna risalire a un fenomeno che inizia a pesare dagli anni Novanta e cresce a dismisura negli ultimi anni: la dipendenza dai giganti dell’Asia, Cina tra tutti, nell’approvvigionamento dei principi attivi e delle materie prime per la produzione dei farmaci – di cui l’Italia è leader in Europa -, oltre che delle altre preziose materie prime necessarie per confezionare le medicine (plastica, carta, vetro, alluminio). Se negli Settanta e Ottanta l’Europa e l’Italia dipendevano per un 30-40% dall’import per queste materie – il nostro Paese in quegli anni insieme alla Spagna era un grande produttore di principi attivi -, la percentuale è salita al 60% a fine anni Novanta per arrivare oggi al 74 per cento.

Una dipendenza importante, concentrata soprattutto sulla Cina che rappresenta il 70% di questa fetta, seguita poi dall’India e da altre new entry come Singapore e dagli Emirati Arabi. Proprio su questi ultimi paesi molte aziende italiane e multinazionali si stanno spostando per alleggerire questa dipendenza dalla Cina ora alle prese con il boom di contagi dopo due anni di duri lockdown che hanno pesato sulla filiera. Ma l’obiettivo a più lungo termine e quello di provare a riportare in Italia anche la produzione dei principi attivi alla base delle molecole terapeutiche.

L’allarme in Europa

Pochi giorni fa l’associazione europea delle aziende farmaceutiche ha inviato alla Commissione europea una lettera di allarme sulla dipendenza dall’Asia.

In questo documento si sottolinea proprio come la ricerca crescente di forniture dall’estero – in particolare da un’area caratterizzata da maggiore incertezza politica – metta a rischio la produzione di farmaci. C’è quindi l’invito ad adottare strategie non solo di diversificazione, ma a sostenere una nuova politica industriale, capace di riportare in Europa parte della realizzazione dei principi attivi.

La stessa associazione circa un anno fa aveva sottolineato in una ricerca come alcuni componenti di base, usati quotidianamente, provenissero in larga parte dall’Asia. In particolare si parlava di aspirina e vitamina C, che per oltre la metà viene importata.

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